Le polemiche sulle parole di Stefano Bonaccini nei giorni scorsi sono l'ennesimo esempio di una politica che preferisce strumentalizzare e dividere piuttosto che discutere nel merito. Eppure, Bonaccini non ha sostenuto che chi vota a destra sia meno intelligente o meno capace. Ha osservato che, in Italia come in altri Paesi, il voto a destra è prevalentemente quello di “chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente…”. È utile discutere le cause di questo fenomeno e le sue implicazioni. Non ha molto senso negarlo. Da anni analisi statistiche e studi accademici mostrano come il livello di istruzione sia diventato uno dei principali fattori che differenziano gli orientamenti di voto nelle democrazie occidentali. Si tratta di un ribaltamento storico rispetto al Novecento, quando la sinistra era percepita come il punto di riferimento delle classi popolari e dei lavoratori meno privilegiati.
Da dove nasce questa inversione?
Le spiegazioni sono molteplici e nessuna, da sola, è sufficiente. La destra appare più attenta ai temi della sicurezza e dell'ordine pubblico. La sinistra viene spesso percepita come più interessata agli immigrati o a minoranze specifiche che alle preoccupazioni delle classi medie e medio-basse, senza riuscire a comunicare come gli interessi di questi gruppi siano spesso più convergenti che contrapposti. La transizione ecologica viene talvolta vissuta come un costo aggiuntivo anziché come un investimento necessario per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute, sui territori e sul costo della vita. Le battaglie per i diritti civili non sempre vengono considerate prioritarie da chi deve confrontarsi con salari insufficienti e difficoltà economiche.










