MAGDEBURGO – Non è finita. La guerra sul futuro di Volkswagen è solo rimandata. Ieri il titolo ha festeggiato il piano lacrime e sangue approvato dal consiglio di sorveglianza nella notte di giovedì con picchi del 6%, ma molti punti sono ancora da chiarire. E i sindacati restano in trincea. Anzitutto perché la sopravvivenza dei quattro stabilimenti che l’azienda vorrebbe smantellare è vincolata alla capacità di risparmiare 1,5 miliardi all’anno. E dalla possibilità di trovare alternative - fonti vicine al dossier prospettano soluzioni che potrebbero arrivare dalla Cina o dall’industria della difesa. Altrimenti, Hannover, Zwickau, Emden e Neckarsulm chiuderanno i cancelli entro il 2034. Il piano, secondo i media tedeschi, conterrebbe anche l’addio al marchio Seat e la possibile vendita di Ducati e di altre controllate.

Ieri è scesa in campo la politica, ovviamente angustiata dall’effetto che il maxi piano di esuberi e tagli possa avere anche sulle elezioni imminenti in Sassonia-Anhalt. Tanto più che il governatore della Bassa Sassonia, land che ha il 20% delle azioni del colosso di Wolfsburg, ha detto che metà dei 50mila esuberi avverrà in Germania. Per il politico socialdemocratico è «inimmaginabile» che chiudano le fabbriche.