In queste ore ci ha lasciato Enzo Bianchi, un monaco che non sarà mai santo perché lo è già stato in vita. Lo è stato con un’esistenza evangelica. Chi lo ha conosciuto, chi come me ha avuto l’immenso dono di essergli amico ha avuto modo di comprendere l’unicità di fratel Enzo.
In queste ore a dare la più bella benedizione al fondatore di Bose sono state le tantissime persone che sono arrivate ad Albiano D’Ivrea (dove viveva alla fraternità di Casa della Madia) e a Castel Boglione (suo paese natio) per la cerimonia funebre. Li ho visti piangere a dirotto. Inginocchiarsi davanti alla bara di Enzo. Accarezzargli a lungo le mani. Baciargli la fronte. Ho visto anziani trascinarsi con il bastone fino alla bara per poi guardare Bianchi e dire: “Me l’hai fatta grossa” o “E adesso Enzo?”. Ho visto gente arrivare nel Monferrato dalla Toscana, dal Molise, dalla Liguria, dalla Lituania. Alla sera della vita non l’hanno lasciato solo nemmeno quei monaci e quelle monache che per le più svariate ragioni avevano abbandonato quella vocazione.
Mercoledì sera, quando la piccola chiesa era ormai piena per la veglia di preghiera, è arrivato anche lui. In silenzio, senza dir nulla a nessuno, ha preso in mano la fotografia di fratel Enzo e l’ha guardata a lungo prima di metterla in tasca.











