Alla fine c’erano tutti. A dare l’addio a fratel Enzo Bianchi, il monaco 83enne fondatore della comunità di Bose, nella chiesa di Castel Boglione, il suo paese natio, oggi pomeriggio sono arrivati coloro che lo hanno amato ma anche chi in vita lo ha avversato. La morte di Bianchi ha reso credibile ciò che sembrava impossibile. Attorno a lui, al centro della chiesa in una bara semplice e minimalista, priva di intarsi, dove è stato riposto con l’abito monacale bianco, il Vangelo e il suo bastone nero da patriarca, c’erano Goffredo, Giovanni, Maurizio, Claudio, Antonella e Laura, i suoi fratelli e sorelle di Casa della Madia che lo hanno accompagnato con amore filiale fino all’ultimo respiro all’ospedale “Molinette” di Torino. Con loro anche i fratelli di Cellole, la fraternità che Bianchi aveva fondato in Toscana e dove spesso amava “fuggire”: Emiliano, Valerio, Dario e Adalberto insieme alle sorelle della comunità di Cumiana. C’erano i sindaci della zona, c’era Elsa Fornero.

A sorpresa anche l’attuale priore di Bose, Sabino Chialà con una quindicina di monaci e monache: una presenza imbarazzante ma allo stesso tempo sorprendente. Dopo la spaccatura della comunità nel 2020, non si erano mai più incontrati. Chi conosce Bianchi sa che per anni ha detto che non avrebbe gradito – in coerenza a quanto accaduto – la loro presenza al suo funerale ma proprio il 6 agosto scorso aveva scritto a Chialà chiedendogli un gesto di “riconciliazione visibile” prima della morte. Da Bose era arrivato subito un “fammi sapere quando ti è possibile”. Non ce l’hanno fatta. Il tempo è stato tiranno. A pregare per lui oggi in chiesa c’erano anche il vescovo serbo Andrei Cilercic che al termine della celebrazione ha letto il messaggio del patriarca Portifirie di Serbia e il vescovo di Spoleto Renato Boccardo che ha portato il messaggio del presidente della Conferenza episcopale italiana, monsignor Matteo Zuppi. Tra i porporati i vescovi di Vercelli, Mondovì e Pinerolo oltre a una cinquantina di preti tra cui don Luigi Ciotti.