In un'epoca che celebra il successo com’è nato il suo “elogio dell’errore”?«Da un lucido ragionamento. Era il 2016, avevo alle spalle sette anni di carriera nel marketing e altrettanti nell’arte e pensavo: “Possibile che io non abbia sviluppato una ricetta per una buona idea?” E rendendomi conto che non esiste alcuna ricetta, ho iniziato a realizzare dei totem dedicati agli errori in cui, sperando di partorire un’idea decente tra le tante mediocri, inserivo un foglio piegato bene, metafora dell’illuminazione… ma l’opera funzionava molto meglio senza “buone idee”; così mi sono dedicato a esaltare gli scarti, prima in totem verticali, poi in opere murarie ispirate ai mandala indiani nonché a piazza del campidoglio».Da lì, il monumento all'errore?«Esatto, mi divertiva l'idea che simbolicamente concedevo a quei 2.500 fogli finiti nel cestino, perché non recavano alcuna vera o presunta genialità, il palcoscenico altrimenti negato».Il tema dell’errore è stato approfondito da numerosi intellettuali, come Beckett e Munari fino ad Aprile e Carofiglio. Considerato come condizione necessaria alla scoperta, motore propulsore del progresso. Pensa che oggi la società sia capace di riconoscere il valore del fallimento?«Solo i bugiardi non sbagliano mai. Nella cultura americana la demonizzazione dell’errore non esiste, al contrario c’è l’accettazione del fallimento che non viene visto come un qualcosa di definitivo, ma come parte integrante del percorso di crescita e apprendimento. Dal nostro lato di pianeta l’errore è visto in maniera pericolosamente definitiva».Con Master of Mistakes trasforma l’errore in qualcosa da conservare e celebrare. Quando ha capito che gli scarti del processo creativo potevano essere più interessanti del risultato? «Proprio guardando quei totem ho capito che dovevo concentrarmi sul paradosso. Oggi sto lavorando anche agli “errori singoli”, ne ho previsti 2.499, numero dei fogli di alluminio accartocciati che compongono Master of Mistakes, con un'unità in meno, perché volevo sbagliare anche lì. In fondo, posso dire che a sbagliare sono il migliore».Come definirebbe il suo rapporto con l’arte? «Inevitabile. Dare una forma ai pensieri è una necessità imprescindibile e, poiché sono autoironico e bravo con le parole, mi esprimo attraverso ironia e linguaggio».La sua pratica si traduce in una forma di arte relazionale che trova la sua massima espressione nella CoppaPizzeria con cui porta l’arte non solo fuori da musei e gallerie ma proprio dal sistema, ci dice di più?«La Coppa Pizzeria è più che un progetto, un’ossessione. In pratica è un torneo di calcio 2 contro 2, anche se il calcio è soprattutto un pretesto. È iniziata nel 2011 con una ventina di persone e ora ha raggiunto circa 500 partecipanti. Nel tempo è diventata una specie di grande gesto collettivo, sospeso tra performance, carnevale, torneo di calcio e Oktoberfest, con regole e rituali volutamente assurdi: si può corrompere l’arbitro, non si può giocare sobri — facciamo gli alcol test al contrario — si può invadere il campo, si gioca mascherati e tra una partita e l’altra il campo diventa un dancefloor. La cosa che mi interessa è che, per qualche giorno, il sistema dell’arte smette di comportarsi come tale. Gli artisti non devono esporre, i curatori non devono curare, i collezionisti non devono comprare e nessuno è obbligato a parlare d’arte. Eppure emergono continuamente dinamiche che appartengono anche a quel mondo: competizione, ego, appartenenza, desiderio di vincere, bisogno di essere riconosciuti.Negli ultimi tre anni, insieme ad Antonello Colaps, abbiamo poi iniziato a lavorare anche sullo spazio, costruendo o appropriandoci di scenari architettonici capaci di amplificare tutto quello che succede. Il luogo non è più soltanto il contenitore del torneo, ma diventa parte del dispositivo. Per questo faccio fatica a definirla semplicemente un evento o un progetto relazionale. Per me la Coppa Pizzeria è l’opera stessa: un’opera collettiva, temporanea, ingestibile, fatta di persone, regole, eccessi, architettura e comportamenti. E forse funziona proprio perché non chiede a nessuno di comportarsi da artista».