Negli ultimi anni ho avuto modo di seguire e raccontare la ricerca di Paola Pivi attraverso articoli, interviste e approfondimenti, prendendo atto dell’ampia attenzione critica, espositiva e mediatica che il suo lavoro continua a ricevere a livello internazionale. Ho avuto anche occasione di evidenziare alcuni aspetti che considero tra i più significativi della sua ricerca. A proposito degli orsi piumati, ad esempio, scrivevo un anno fa che essi «trasformano l’orso da simbolo di paura a emblema di gioia» e che «anche nella leggerezza può annidarsi il mistero». Richiamo oggi quei passaggi non per contraddirli, ma perché ritengo che la correttezza intellettuale imponga a un critico di confrontarsi anche con le letture meno favorevoli. Se la critica ha il compito di accompagnare la ricerca artistica, non può limitarsi a registrare i consensi: deve documentare anche il dibattito che le opere suscitano nel tempo.
Nel corso degli anni, diverse recensioni pubblicate su riviste e testate dedicate alla cultura e all’arte contemporanea hanno affrontato, da prospettive differenti, una questione ricorrente riguardante la ricerca di Paola Pivi: la capacità di alcuni suoi lavori più iconici di conservare oggi la stessa forza dirompente che avevano agli esordi. Già nel 2008, in occasione della mostra It’s a Cocktail Party al Portikus di Francoforte, Gislind Nabakowski descriveva sulle pagine di Springerin – Hefte für Gegenwartskunst un’installazione di forte impatto spettacolare, interrogandosi però sulla sua natura autoreferenziale e sulla sostanziale assenza di una dimensione narrativa. Arrivava così a definire il movimento dell’opera «aimless», “senza scopo”, e la circolazione dei liquidi «virtually meaningless», “quasi priva di significato”. La conclusione del testo è tanto elegante quanto netta: «There’s nothing more to think about here. Just enjoy it to the full» («Non c’è altro da pensare. Limitatevi a godervela fino in fondo»).







