«Se sbaglio, vivo», Sant’Agostino.
L’errore, un virus ingombrante che ci scorre nelle vene sin dalla nascita, resistente a qualsiasi vaccino. Una presenza che condiziona i comportamenti delle persone con sfumature diverse in funzione della tolleranza consentita dai vari contesti. Il solo passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo sancisce un salto di qualità nella percezione stessa del peso che possono avere gli sbagli. Per il neofita, l’esposizione all’errore può essere progressiva o immediata in funzione della naturale propensione al rischio dell’individuo e della cultura aziendale. La quale, pur essendo diversa da impresa ad impresa, si è evoluta negli anni seguendo trend abbastanza similari. Emblematico il concetto di capo in voga in passato nelle organizzazioni piramidali come di colui che per definizione non sbaglia. Una gravosa responsabilità che viene gestita concentrando il potere decisionale, con un approccio di stampo gerarchico. Contemplato anche il sacrificio di vittime a cui addossare la colpa di eventuali sbagli, pur di preservare il mito dell’infallibilità. Che viene poi progressivamente scorticato dall’avvento delle strutture matriciali, le quali frammentano le responsabilità di P&L in nome di un’allargata condivisione. Parrebbe una “democratizzazione” del comando, ma di fatto non lo è. In quanto le organizzazioni si appiattiscono e la globalizzazione esaspera le verticalizzazioni funzionali con procedure estenuanti e ammorbanti processi. Soprattutto nelle grandi imprese, il sistema di presa di decisione viene spezzettato, incanalato in rigide barriere, con perforanti controlli che mirano a ridurre la possibilità di errori. Pervade la sensazione di far parte di un articolato meccanismo che premia più la corretta esecuzione che l’intraprendenza decisionale. Innescando un senso di frustrazione nell’organizzazione che trova pochi stimoli nella generazione di idee e di nuove iniziative. Un rischio che le aziende non possono permettersi e che le porta ad interrogarsi sul tema della gestione dell’errore. Trattasi di un passaggio culturale importante che sposta la visione dall’approccio punitivo dello sbaglio, a quello costruttivo che vede l’errore come una crescita della conoscenza. Un avvicinamento alla tolleranza magmatico nelle imprese tradizionali, più fluido in quelle innovative. Dove iniziano ad essere viste quasi con sospetto le persone che non sbagliano, dove nei colloqui di selezione si privilegiano candidati che abbiano vissuto almeno un fallimento nella loro esperienza professionale, dove negli staff meeting ognuno parla dei propri errori, stile riunione alcolisti anonimi. Un processo d’indulgenza plenaria che libera i capi dalla sindrome dell’infallibilità, resa tra l’altro anacronistica dalla crescente complessità del loro ruolo. Viene così attivata un’evoluzione virtuosa che sdogana energie e iniziative, che solleva il livello motivazionale e accorcia le distanze gerarchiche. Processo positivo che comunque innesca il rischio di esorcizzare un aspetto fondamentale dell’autocritica costruttiva: il senso di colpa. Tendenza accentuata dall’attuale contesto politico/economico di totale imprevedibilità, nel quale chi comanda si trova a fare spesso scelte in mancanza di punti di riferimento e di certezze. E così facilmente si scivola dal concetto di “commettere un errore” a quello di “prendere una decisione sbagliata”. Confine sottile di demarcazione tra il senso di colpa e il rammarico. Che è più facilmente giustificabile a sé stessi e agli altri. Gli eventi incalzano, i mercati finanziari reagiscono scompostamente, la reggenza americana macina cambi di rotta, le contraddizioni tolgono il respiro, aumenta la pressione su chi deve decidere. Prevale un atteggiamento di normalizzazione dello sbaglio. Si sgretola l’autocritica, si ammortizzano le colpevolezze, si diffonde un pericoloso cinismo. Snaturando l’essenza stessa dell’errore, l’essere umano inaridisce una preziosa fonte di crescita, proprio mentre si investe nella Ai per sviluppare alieni tecnologici assetati di sbagli per perfezionarsi. «Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere sé stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo». Giordano Bruno. E qui non si può sbagliare.









