Sembra sia inevitabile di questi tempi. Aprendo un giornale cartaceo o scorrendone le pagine online, surfando i social media o anche semplicemente facendo una banale ricerca nel web, in qualche modo, ci imbattiamo in storie di conflitti a volte feroci e drammatiche, altre poco visibili e sottili, sicuramente fuori dal nostro controllo. Di fronte a questo dato di realtà, succede anche che, ascoltando le notizie provenienti da zone di guerra, ad esempio, ci diamo una rapida spiegazione dicendo “beh ma questo appartiene alla loro cultura, è il loro modo di essere”.
Se invece ci permettiamo di osservare più attentamente la situazione globale, non possiamo che testimoniare quanto la polarizzazione sia diventata una matrice dominante delle relazioni pubbliche e private un po’ ovunque. Forse, uno dei motivi principali risiede nel tentativo di semplificare ciò che invece risultata essere estremamente complesso e incerto. Tuttavia, questo leitmotiv globale si fa sempre più sentire anche nelle organizzazioni che, cercando di destreggiarsi in queste dinamiche, rischiano di giustificare, in nome della “business continuity”, modelli di comportamento assertivi, egoriferiti e che possono diventare aggressivi. In un apparente stallo, quindi, di pratiche di leadership più raffinate e capaci di progettare futuri più sostenibili, è necessario fare i conti con ciò che sta succedendo e chiederci, in che modo, ognuno di noi possa dare il proprio contributo per cambiare queste culture dominanti (dentro o fuori l’ufficio che siano) senza rimanere inermi a guardare.






