Che cosa chiediamo all’università quando parliamo di lavoro? Non un “passaporto per la produttività” né un tappeto rosso verso l’ennesimo stage non retribuito. Chiediamo una cosa più semplice e più ambiziosa: la possibilità reale di costruire un futuro che non sia fondato sull’azzardo individuale. Per la nostra generazione, lavoro non vuol dire soltanto stipendio: significa casa possibile, tempo per vivere, libertà di scegliere dove stare senza essere costretti a fuggire.

Festival di Salute 2025

Oggi, invece, per molti di noi “lavoro” è sinonimo di precarietà strutturale: contratti a tempo determinato, falsi autonomi, ritmi che richiedono di essere sempre disponibili, e stipendi che non consentono né indipendenza né progettualità. È grave? Sì: è la condizione materiale che rende fragile tutto il resto: studio, affetti, salute mentale. Noi desideriamo più tempo per la vita personale e la famiglia. Non è pigrizia, è una domanda di civiltà.Il lavoro va ripensato nelle sue forme: orari più umani, flessibilità come scelta e non come ricatto, diritti, welfare accessibile.

Dove nasce il malessere

Il malessere generazionale nasce qui: stanchezza, sfiducia, disillusione, la sensazione di non avere mai un terreno solido su cui edificare. E l’università? Può aiutare a trovare lavoro, certo. Ma non deve smettere di costruire spirito critico. Non vogliamo un campus trasformato in un’agenzia di collocamento; vogliamo un ateneo che ci dia strumenti per capire e trasformare il mondo del lavoro, non solo per entrarci in silenzio. L’iper-specializzazione senza pensiero critico è la specializzazione perfetta per diventare subito obsoleti.