Camere condivise, docce fredde, menù limitato. Sulla carta queste baite spartane non hanno molto da offrire. Ma forse è proprio nella scomodità che si può trovare la pace

Un rifugio di montagna mette sempre alla prova. Puoi ritrovarti in un dormitorio con altre trenta persone. Aria viziata, coperte di lana che pizzicano. La regola d’oro? C’è sempre qualcuno che russa.

Una volta, con la mia ragazza, siamo finiti in una stanza dove un gruppo di uomini scoreggiavano rumorosamente e poi scoppiavano a ridere. Le poche stanze doppie sono spesso prenotate con largo anticipo e comunque le pareti lasciano passare ogni rumore. Dormire fino a tardi è un’impresa, perché tutti gli ospiti si alzano più o meno alla stessa ora, di solito tra le sei e le sette. Poco dopo, la colazione è già finita.

Quando la sera il rifugio è al completo, spesso viene servita una cena collettiva e i posti sono assegnati. Intorno a grandi tavoli si è costretti a conversare con degli sconosciuti, a meno di non voler passare per persone sgarbate. Chi non ha voglia delle chiacchiere può ritirarsi nel dormitorio (non riscaldato) o uscire all’aperto (dove il freddo diventa pungente non appena cala il sole).

La temperatura, ecco un grande tema. Di notte, in bagno, può capitare di vedere il proprio respiro formare piccole nuvole di vapore. L’acqua del rubinetto è ghiacciata come una fonte di montagna. Molti rifugi ormai offrono delle docce calde, ma tre euro per tre minuti non sono proprio un’esperienza da spa.