Il minestrone più buono che abbia mai mangiato.
Sì, mi è rimasto impresso nella memoria, nel profumo, nel gusto, il piatto caldo della sera con le sorelle e i fratelli della comunità di Bose, durante la mia prima (ed unica finora) vacanza all’insegna del silenzio e della fraternità, sui colli biellesi. L’occasione, eravamo nel 2016, fu una settimana di ripasso di greco biblico, proposta fra le tante nel ventaglio offerto da Bose ai suoi forestieri. Non ero particolarmente “stressato” come si dice in questi casi, cioè non andai, pensai erroneamente, a causa di un periodo pesante. Conoscevo la comunità attraverso le sue produzioni editoriali, l’attività del suo fondatore Enzo Bianchi, ma, vedrete, parto da qui per portarvi al di là del contesto e del pretesto. Dieci anni dopo, se vogliamo, l’esigenza di ferie controcorrente si fa più significativa, detox mi spingerei a dire.
In un tempo in cui persino il riposo è diventato un’ulteriore prestazione, tra l’ansia di “postare” ogni tramonto e l’urgenza di colmare ogni vuoto con una notifica, desiderare il niente diventa disobbedienza civile, a volerci provocare. È un’urgenza che nasce, più che dalla fatica delle gambe, da quella assai più insidiosa dell’attenzione; ed è in questo cortocircuito che si insinua il ritorno delle vacanze silenziose, il bisogno di ritrovare una misura che nei luoghi della contemplazione trova, oggi, una risposta imprevista.








