Cresciuta sui sentieri di montagna, a 13 anni Marta scrive all’Eco di Bergamo per protestare contro un progetto di comprensorio
sciistico. Ora che di anni ne …
Tra i molti cambiamenti che stanno interessando la montagna negli ultimi anni, ce n’è uno che riguarda anche luoghi apparentemente marginali ma in realtà molto significativi: i bivacchi. Piccole strutture essenziali, spesso collocate ad alte quote, a volte lontane dai rifugi tradizionali, nate per offrire riparo in caso di necessità. Spazi semplici, privi di servizi e generalmente non custoditi, pensati per garantire un punto di appoggio a escursionisti e alpinisti in difficoltà o impossibilitati a rientrare a valle. Negli ultimi anni, il loro utilizzo è diventato oggetto di un dibattito sempre più acceso. Il tema non riguarda soltanto la gestione delle strutture, ma più in generale il rapporto tra la crescente frequentazione della montagna e la capacità di comprenderne regole, limiti e caratteristiche. Sulle Orobie, come in molte altre aree alpine, il numero di persone che scelgono di trascorrere il proprio tempo libero in quota è aumentato sensibilmente. Un fenomeno che ha avuto una forte accelerazione dopo la pandemia e che ha portato nuovi frequentatori sui sentieri, nei rifugi e, inevitabilmente, anche nei bivacchi. «Dopo il Covid c’è stato un forte incremento della frequentazione della montagna, anche da parte di persone che prima, possiamo dire, la vedevano solo in cartolina», osserva Paolo Piccinelli, presidente della sezione CAI Alta Valle Brembana. «C’è stata una crescita enorme della presenza di escursionisti, spesso inversamente proporzionale alla preparazione e alla consapevolezza dei percorsi affrontati».







