di

Giacomo Candoni

Dal Fredarola che offre suite con vista sulle Dolomiti al «design alpine-chic» di Capanna Presena. Il Cai: «Così si perde chi ama la montagna». Il titolare di Capanna Punta Penia: «Giusto coprire tutte le fasce di mercato»

Ostriche, champagne, suite con sauna a infrarossi al posto di un pasto caldo frugale e camerate spartane. Negli ultimi anni, diversi rifugi alpini sono stati ristrutturati, trasformandosi in strutture ricettive di lusso e accantonando la loro funzione originaria di ricoveri per escursionisti a cui dopo una camminata bastavano un semplice letto e un pasto caldo. «La montagna si sta adattando al turista, quando invece dovrebbe essere il contrario», è l’allarme lanciato dal presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella.

«Un rifugio non è un albergo»Il numero uno del Cai altoatesino parla poi di rispetto verso i rifugisti: «I “veri” rifugi sono quelli che si raggiungono a piedi e dove, in alcuni casi, i gestori si riforniscono ancora trasportando viveri e materiali sulle spalle». Per Zanella la distinzione è anche lessicale: «Penso sia sbagliato chiamare “rifugio” una struttura che offre le comodità di un albergo qualunque. Nei rifugi si vive una montagna autentica e ci si accontenta di un semplice minestrone d’orzo». «Oggi, invece, sia i turisti sia gli albergatori vogliono sempre di più - avverte il presidente del Cai - e questi ultimi stanno provando a trasferire in quota il turismo di città. Il rischio è perdere chi ama davvero le nostre montagne a favore di chi sale solo per fare l’aperitivo con un bel panorama da condividere sui social».