Ci sono persone che sembrano arrivare prima della propria storia. Le guardi e hai l’impressione di averle già capite, perché tutto ciò che mostrano sembra suggerire una conclusione semplice. Lorenzo Pozzan, almeno all’inizio, corre questo rischio. È alto, atletico, bello di una bellezza che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Ha lavorato come modello, ha vissuto tra Paesi diversi, parla più lingue, ha studiato recitazione a New York e nel suo curriculum sono entrati George Clooney, Luca Guadagnino, produzioni italiane e internazionali. Una di quelle biografie che, raccontate velocemente e soprattutto raccontate dopo, sembrano possedere la linearità rassicurante delle vite riuscite. Poi Lorenzo Pozzan comincia a parlare e quella linearità si rompe. Non in maniera spettacolare. Non c’è nessuna studiata demolizione del personaggio, nessuna ansia di dimostrare che dietro un’immagine immediatamente spendibile esista per forza una profondità insospettabile. Sarebbe, anche questa, una posa. Accade qualcosa di meno vistoso e più interessante: dopo qualche minuto si ha la sensazione che ciò che di lui si vede più facilmente sia anche ciò che lo racconta meno. Il paradosso di Lorenzo Pozzan è che possiede molte caratteristiche che inviterebbero alla semplificazione e sembra avere trascorso abbastanza tempo con se stesso da non fidarsi più delle semplificazioni. Lo si capisce dal modo in cui parla in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Lorenzo Pozzan non sembra avere un rapporto particolarmente affettuoso con le risposte definitive. Parte da un’affermazione, poi la precisa. A volte la corregge. Altre volte si ferma su una parola, quasi dovesse verificarne la corrispondenza con ciò che vuole realmente dire. Non è esitazione. È piuttosto la cautela di chi ha scoperto che si può mentire anche dicendo qualcosa di sostanzialmente vero, se lo si racconta in una forma troppo comoda. È un tratto curioso in un attore. E ancora più curioso in un uomo al quale la vita avrebbe fornito materiale sufficiente per costruire una versione molto efficace di sé. Perché la biografia, almeno sulla carta, collabora. C’è l’Italia e c’è l’America. Ci sono la moda e il cinema. Ci sono i viaggi, una formazione internazionale, set importanti, incontri professionali che diventano immediatamente nomi da titolo. Ci sarebbe tutto il necessario per mettere insieme uno di quei racconti in cui ogni esperienza sembra aver condotto inevitabilmente alla successiva e persino gli errori, osservati a distanza, acquistano l’eleganza delle tappe necessarie. Le vite, naturalmente, non funzionano così. E forse la prima qualità che emerge parlando con Lorenzo Pozzan è proprio una certa resistenza alla tentazione di riscrivere il passato per renderlo più intelligente di quanto fosse mentre accadeva. Non ha particolare interesse a presentarsi come uno che aveva capito tutto prima. Anzi, sembra divertirlo la distanza tra le intenzioni con cui alcune scelte sono state compiute e le spiegazioni che sarebbe possibile attribuire loro oggi. È una forma di onestà non priva di ironia: quella di chi accetta che una parte della propria esistenza sia stata costruita anche procedendo per intuizioni, errori, slanci, ostinazioni e ragioni comprese soltanto dopo. Lorenzo Pozzan, del resto, ha una mente che tende spontaneamente a cercare il secondo livello. Gli interessa ciò che sta sotto una decisione, dietro un desiderio, appena prima di una reazione. Non necessariamente per trovare una risposta migliore, ma perché la prima gli sembra raramente sufficiente. È uno di quegli interlocutori con i quali una domanda può cominciare in un punto e finire parecchio lontano, senza che il tragitto sembri una divagazione. E questo, per chi fa interviste, è un privilegio. Perché esistono intervistati che rispondono e intervistati che pensano mentre rispondono. I primi sono spesso più semplici da trascrivere. I secondi sono decisamente più interessanti da ascoltare. Come Lorenzo Pozzan. E lo si percepisce anche nei silenzi, nelle correzioni, in quella frazione di secondo in cui sembra decidere se consegnare la risposta più ordinata o quella più esatta. Non sempre sceglie la più elegante. Ed è un bene. C’è poi una qualità che, in una persona abituata per mestiere allo sguardo altrui, risulta particolarmente interessante: la curiosità verso gli altri non sembra essere una tecnica sociale. Pozzan ascolta. Non semplicemente nel senso educato del termine. Segue il ragionamento, intercetta una parola, torna su un passaggio. Talvolta sembra interessato alla domanda quasi quanto alla risposta che dovrà darle. È probabilmente per questo che la conversazione, a un certo punto, cambia consistenza. Resta un’intervista, naturalmente. Ci sono un intervistatore, un intervistato, un registratore e domande. Ma la parte più interessante comincia quando la scaletta perde un po’ della propria autorità e si crea quella rara condizione in cui due persone non stanno semplicemente rispettando i rispettivi ruoli, ma cercano di capire dove possa arrivare un ragionamento. È lì che Lorenzo Pozzan diventa difficile da ridurre al curriculum. La bellezza resta. La carriera anche. I nomi importanti non spariscono e non c’è alcun motivo per fingere che non contino. Semplicemente smettono di essere la parte più interessante della stanza. Rimane un uomo che sembra avere già attraversato abbastanza vite da poter scegliere una versione definitiva di sé e che, fortunatamente, non pare avere alcuna intenzione di farlo. Forse è questo che incuriosisce di Lorenzo Pozzan prima ancora di cominciare davvero a conoscerlo: la sensazione che la sua biografia dica parecchio, ma non abbia ancora avuto l’ultima parola. Ed è esattamente il tipo di persona alla quale vale la pena fare domande.