Il problema non è più quanto aumentano i prezzi. È che, anche quando smettono di correre, restano lì: alti. È la trappola dell’inflazione che si è infilata nella vita quotidiana: il rallentamento della corsa dei listini non restituisce alle famiglie il potere d’acquisto perduto. Il supermercato può aver smesso di sorprendere con rincari a ogni visita, ma il conto continua a essere più pesante. La spesa diventa un esercizio di equilibrio: scegliere, confrontare, rinunciare, rimandare. Cinque anni per cambiare radicalmente il valore del carrello. Se nel luglio 2021 una determinata spesa alimentare valeva 100 euro, oggi per acquistare gli stessi prodotti servono circa 129 euro e mezzo. Quasi un terzo in più.

È la fotografia di un’inflazione che non si vede soltanto nelle statistiche, ma nella quantità di merce che si riesce a mettere nel carrello con lo stesso budget. Non è soltanto una questione di grandi aumenti. Sono i prodotti più comuni a costruire, giorno dopo giorno, il conto finale. Il caffè tostato è fra quelli che hanno corso di più, così come l’olio extravergine.

Nel settore degli ortaggi e della frutta il fenomeno è ancora più evidente: zucchine, pomodori e patate hanno accumulato rincari molto consistenti. La carne non è rimasta indietro e perfino il pollo, tradizionalmente considerato una scelta per spendere meno, ha perso parte del suo vantaggio.