La sua società lavora per aziende «all’avanguardia nel settore per l’innovazione e la ricerca di materiali e soluzioni tecniche» e ha ricevuto una commessa per «lo sviluppo di un prodotto balistico bullet proof (a prova di proiettile, ndr) per la Nato, l’Onu e le forze militari italiane allo scopo di proteggere gli eserciti militari».
È un soggetto «ad alto rischio», non solo a causa del suo lavoro, ma anche per l’entità del suo patrimonio, ed è stato «oggetto di minacce, pedinamenti e molestie». Per questo, un imprenditore trevigiano aveva chiesto il rinnovo del porto d’armi. La Prefettura di Treviso, il 14 febbraio 2022 ha rigettato la richiesta in quanto non era stato rilevato il necessario «dimostrato bisogno» di circolare armato.
Il Tar del Veneto, nel febbraio del 2025 ha respinto il ricorso presentato dall’industriale. Adesso, anche il Consiglio di Stato gli dà torto, con delle motivazioni surreali. «Occorre infatti evitare che l’aumento, reale o percepito, dei reati contro la persona o il patrimonio, ovvero la presenza di un particolare rischio territoriale, possa alimentare una generalizzata diffusione delle armi e determinare un progressivo spostamento delle esigenze di tutela della sicurezza dal sistema pubblico all’autodifesa privata, in contrasto con il principio secondo cui la protezione della sicurezza pubblica e la difesa sociale costituiscono compiti primariamente riservati allo Stato», riporta la sentenza pubblicata il 31 agosto.







