La sicurezza non si misura solo con i reati visibili. Dietro degrado, spaccio e microcriminalità agisce una rete globale che lega mafie, narcotraffico, tratta di esseri umani, finanza opaca e terrorismo. Una minaccia ibrida che impone strategie integrate oltre i confini tradizionali. L’analisi di Alberto Pagani
Il dibattito politico e mediatico sulla sicurezza resta in larga misura prigioniero di un effetto tunnel, di una visione a imbuto che restringe il campo percettivo fino a fargli perdere la profondità del contesto. È un errore di interpretazione noto anche come fallacia del dettaglio, o errore di focalizzazione: un fenomeno cognitivo per cui un elemento saliente, immediatamente visibile, finisce per soverchiare l’importanza del quadro complessivo, impedendo una corretta decodifica della realtà.
Applicato alla sicurezza, questo meccanismo produce un effetto preciso: l’opinione pubblica, e con essa larga parte del discorso politico, si concentra sul dettaglio della criminalità che si vede — il degrado urbano, lo spaccio al minuto, l’immigrazione clandestina, i reati predatori di strada. È una reazione comprensibile, persino fisiologica, perché è ciò che il cittadino comune incontra direttamente nella propria quotidianità ed è ciò che lo disturba con più immediatezza. Ma la politica, a differenza del cittadino, ha il compito e la responsabilità di scendere sotto la superficie, di interpretare quei fenomeni non come problemi a sé stanti bensì come sintomi terminali di mali più gravi e più profondi. Se gli effetti non vengono ricondotti alle cause — e se le cause non vengono a loro volta contrastate — gli effetti sono destinati a rigenerarsi indefinitamente, in un ciclo che nessuna repressione del sintomo può interrompere davvero.









