Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiQuesto giornale ha raccolto per primo, il 15 agosto, le avversità di una parte del Pd (e dintorni) verso le primarie, che rischiano di accentuare le divisioni anziché tendere a un punto d’incontro di alto livello, indispensabile per chi si propone di guidare il governo del Paese.

Ora il dissenso si sta allargando e sui media compaiono i dubbi di altri dirigenti di primo piano del partito. È lo stesso discorso che vale per il centrodestra, dove però c’è una forza politica riconosciuta egemone e una leader indiscussa, condizioni in cui è più facile trovare l’unità su un programma. Ma le divisioni non mancano, confermando che esse sono fisiologiche all’interno di larghe coalizioni. Se nel centrodestra non vi fosse una leader riconosciuta e si facessero le primarie, la spinta alla differenziazione da parte dei due segretari dei partiti minori avrebbe un’accelerata, disorientando gli elettori. Quindi primarie laceranti, come nel centrosinistra, ove tra l’altro ancora manca il centro. C’è di più. Già a bocce ferme vi è l’incognita se, alle elezioni politiche, gli elettori del M5s siano disposti a votare un rappresentante del Pd oppure se gli elettori Pd andrebbero alle urne per votare un leader 5stelle. Figuriamoci a bocce in movimento, cioè dopo settimane di battibecchi.