Prato, 1 settembre 2026 – Il rapporto tra il carcere La Dogaia di Prato e gli operatori sanitari è sempre stato complesso e i recenti fatti di cronaca lo testimoniano, uno degli obiettivi è cercare di far sempre più visite all'interno degli istituti penitenziari in modo tale da ridurre i trasferimenti agli ospedali. Perché anche ogni singolo trasferimento può diventare un problema di sicurezza. Dunque, se non è necessario si evita. L'assessora a sanità e politiche sociali della Regione Toscana Monia Monni stamani ha svolto un sopralluogo nel carcere della Dogaia. Monni ha parlato di “situazione complessa all'interno del carcere. La popolazione carceraria è molto numerosa, ci sono 630 detenuti”, e ci sono oltre “200 persone del sistema sanitario che lavorano qui. C'è una dotazione importante anche di diagnostica ma ci sono spazi angusti che non garantiscono la piena sicurezza degli operatori. Questa è la mia prima preoccupazione”. “Credo che il sistema carcerario nella parte della sua organizzazione sanitaria sia un pezzo del sistema sanitario a tutti gli effetti e debba garantire lo stesso livello di cure che si garantisce sul resto del territorio - ha aggiunto -. Ma credo che tutto questo si debba necessariamente conciliare con la massima sicurezza degli operatori. Stamani abbiamo immaginato di fare percorsi di formazione sulle casistiche più frequenti di invio al pronto soccorso per consentire una migliore gestione interna. Possiamo lavorare ancora ma ci sono casi che non possono che essere inviati al pronto soccorso: la media è di un caso al giorno, distribuito in maniera diversa durante l'anno. Il mese di agosto è sempre quello più complesso”. Lorenzo Roti, direttore sanitario Azienda Usl Toscana Centro, ha affermato che “c'è il tema di rendere più semplici le prestazioni all'interno del presidio: su questo ci aiuterà molto la telemedicina. Puntiamo a far sì” che sia sempre meno necessario “portare fuori i detenuti dal carcere” per andare in ospedale, “poi il tema della sicurezza degli operatori è centrale”.