Le primarie rischiano di trasformarsi in un boomerang per il campo largo. La scelta del leader potrebbe far emergere il conflitto tra Pd e M5S, mentre l’ipotesi di un candidato di bandiera espone le opposizioni al rischio di ritrovarsi con una figura debole e priva di reale leadership. Il commento di Giuliano Cazzola

Ci fu un tempo – durato cinquant’anni – in cui in Italia – come in generale negli altri Paesi civili – esisteva una legislazione elettorale (la maieutica della democrazia) uniforme per tutti i livelli istituzionali, nazionale e locali: il proporzionale puro (metodo D’Hondt) con preferenze per la scelta dei candidati. Alle elezioni ogni partito correva per suo conto, le vittorie e le sconfitte non determinavano effetti diretti ai fini del potere, perché era necessario il formarsi di maggioranze in grado di varare un governo che avesse la maggioranza in Parlamento.

Dentro alla maggioranza aveva rilievo il risultato dei diversi partiti, tanto da condizionare – nella nebulosa della politica – la composizione dell’esecutivo e (in casi limitati) la figura del presidente del Consiglio. Poteva anche capitare che le opposizioni (in particolare quella comunista) ottenessero un buon esito nel voto che però non influiva ai fini dell’entrata al governo a livello nazionale, a causa di quello che venne chiamato, in quel contesto geopolitico, il fattore K.