C’è un momento in cui le coalizioni smettono di essere un'intenzione e devono diventare una cosa seria. Per il campo largo quel momento è arrivato. Non è più tempo di slogan, di foto di gruppo, di palchi condivisi. La stagione dei rinvii è finita. I sondaggi di agosto, con Giuseppe Conte al 36% di fiducia tra gli elettori del centrosinistra davanti a Silvia Salis e a Elly Schlein, non dicono chi vincerà le primarie.

Dicono una cosa più semplice e più scomoda: che la partita è aperta, e che nessuna leadership è scontata. Insomma, come si diceva una volta, se Atene piange Sparta non ride.

Chi ha a cuore le sorti dell'opposizione deve leggere i numeri senza isterismi. Non come una bocciatura, ma come un dato di realtà. Il «campo largo», così com’è stato immaginato finora, non scalda i cuori, e soprattutto non rassicura la testa.

Il problema non è «chi», ma «cosa». Da mesi si discute di chi debba essere il candidato premier. È una discussione legittima sicuramente, ma prematura. Prima del «chi» viene il «cosa».

Su che idea di Paese si ritrovano il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra? Questa è la domanda regina che si è posta anche Enrico Mentana, che, senza giri di parole, ha messo sotto accusa il Pd e gli alleati di non avere un’idea di futuro: «Non c’è niente, e non da oggi», ha detto il direttore del Tg La7. Sul lavoro e sui salari la convergenza sembra esserci. Sulla sanità pubblica pure. Ma bastano? Cos’è che si propongono? Cosa vogliono fare? E poi, un'alleanza che aspira a governare non può permettersi di restare ambigua su politica estera, difesa europea, politica industriale, transizione ecologica.