Giorgio Merlo
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Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi in piazza Montecitorio dopo il voto che ha respinto l’emendamento della maggioranza alla legge elettorale durante i lavori alla Camera dei deputati, Roma, Martedì 14 Luglio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)
Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, and Riccardo Magi in Piazza Montecitorio after the vote that rejected the majority’s amendment to the electoral law during the Chamber of Deputies, Rome, Tuesday, July 14, 2026. (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
Non sono mai stato un fan delle primarie. Non le ho mai considerate un dogma. Quasi infallibile e, di conseguenza, intoccabile. E questo per la semplice ragione che arrivo da una tradizione politica e culturale che ha sempre esaltato la centralità e l’importanza della politica rispetto a qualsiasi forma organizzativa. Anche la migliore. Certo, “pensiero e azione” è uno slogan che ha sempre caratterizzato il percorso concreto del cattolicesimo popolare e sociale nella vita politica italiana. Ma è altrettanto indubbio che la politica ha sempre avuto il sopravvento. E quindi il ruolo della guida politica dei rispettivi partiti era la precondizione essenziale per dare credibilità alla politica da un lato e autorevolezza ai gruppi dirigenti dall’altro. Due condizioni decisive per evitare che la politica ceda il passo agli umori della pubblica opinione o ai marchingegni organizzativistici. Anche perché proprio sul capitolo, sempre delicato e complesso, della selezione della classe dirigente si misura la credibilità dei gruppi dirigenti dei partiti.








