di Carmine Di Filippo
Si parla tanto di primarie, ritenute necessarie per la scelta del leader del campo largo. Il M5S è a favore e Giuseppe Conte le vuole, forte dei sondaggi che lo danno preferito. Il Pd è titubante: chiede che prima si faccia un programma, per quanto non potrebbe mai essere né vincolante né esaustivo, come si è visto in passato.
C’è chi si chiede perché adesso il Pd ha difficoltà, pur avendole introdotte. Ma non tiene conto che quelle del 2005 furono fatte per legittimare Romano Prodi, che non era leader di un partito concorrente ma il federatore dell’Ulivo. Né tiene conto che quelle del 2012, del 2013 e del 2023 erano interne al Pd, non erano di coalizione. Vere primarie di coalizione non sono state fatte: nessun paragone regge.
Quelle di adesso asseconderebbero il progetto del Governo attuale sull’assetto istituzionale che prevede il Presidente del Consiglio (PdC) come Capo ‘uber alles’ senza nemmeno la maggioranza elettorale.
C’è chi sostiene che con le primarie si dia voce all’elettorato del centrosinistra. Ma non tiene conto che alle primarie già sostenute ha votato il 30-40% dell’elettorato di riferimento. Quindi le domande che (mi) pongo sono:






