Mestre ha oggi la possibilità di stabilire le regole prima che vengano posati i mattoni. Trasparenza assoluta sui finanziamenti. Governance verificabile. Controllo sull’educazione religiosa. Partecipazione delle donne. Centralità della lingua italiana. Regole chiare sugli imam e sui predicatori stranieri. E nessuna zona grigia nei rapporti con organizzazioni politiche e religiose estere

La vicenda della grande moschea che la comunità bangladese vuole costruire a Mestre non riguarda più soltanto la libertà religiosa. Riguarda il modello di integrazione che l’Italia intende accettare nei prossimi decenni. A renderlo evidente è stato Mohamed Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’Umanità e uno dei principali portavoce della comunità bangladese veneziana. Dopo lo stop del nuovo sindaco Simone Venturini al progetto del centro islamico nell’ex segheria di via Giustizia, Howlader ha annunciato proteste, ricorsi e persino la possibilità di uno sciopero.

Le sue parole sono state inequivocabili: “se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea, siamo pronti a scendere in piazza”. Poi la minaccia più pesante: se scioperano i bangladesi, ha sostenuto Howlader, a Venezia, Mestre e Marghera si fermano Fincantieri e parte del turismo, dalle cucine ai ristoranti e agli alberghi. Lo sciopero si è rapidamente sgonfiato. I sindacati hanno preso le distanze e persino tra gli operai bangladesi di Fincantieri la proposta non ha trovato un fronte compatto. Ma proprio questo rende la vicenda ancora più interessante.