MESTRE - Il Comune procede con denunce ed ordinanze contro i centri culturali trasformati in moschee, la comunità musulmana bengalese va in tilt tra fake news e smentite. Ma, dalla Comunità Islamica Veneziana, arriva un appello alla città per regolarizzare i centri aperti in questi anni perché «la loro chiusura - spiega il presidente e ministro di culto Sadmir Aliovski - non rappresenta una soluzione percorribile, soprattutto in assenza di valide alternative».

Dopo il caso di quella di via Piave, nel mirino ci sono ora le "moschee" di via Paolucci a Marghera e di via Linghindal, ed altri provvedimenti sarebbero in arrivo praticamente a tappeto, in quanto si tratta di centri culturali sorti in luoghi dove non si può svolgere attività di culto. In via Linghindal, la moschea più grande di Mestre dove anche ieri sono arrivati in migliaia a pregare, l'ordinanza firmata lunedì scorso dal Comune dispone di far tornare lo spazio ad uso commerciale entro 90 giorni, salvo possibili ricorsi al Tar contro il provvedimento. A far scattare il cortocircuito nella comunità bengalese sono stati però i post pubblicati in Facebook sulle pagine "Hello Italy" e di alcuni influencer connazionali, arricchite anche da foto generate con l'intelligenza artificiale in cui si vedono i vigili "chiudere e mettere sotto sequestro" l'ex concessionaria tra via Torino e via Ca' Marcello. «La moschea non è chiusa, questa notizia è un fake» sono intervenuti i bengalesi mestrini che la frequentano regolarmente, ma intanto la notizia (falsa) ha fatto il giro di tutta la penisola arrivando fino in Bangladesh.