A un mese dalla crisi migratoria che ha travolto Ceuta con l’arrivo di massa di circa 70 mila migranti alla frontiera, Pedro Sánchez torna a parlare dell’exlcave spagnola e punta il dito contro «le reti russe e israeliane» e contro quella che definisce «l’internazionale dell’ultradestra». Lo fa in un’intervista a Cadena SER, la principale emittente radiofonica privata spagnola, accusando queste reti di aver alimentato la disinformazione che avrebbe contribuito all’arrivo di decine di migliaia di migranti nell’enclave spagnola in Nord Africa. «Ci sono state reti russe e israeliane che hanno diffuso una menzogna», ha affermato Sánchez, facendo riferimento alla notizia secondo cui chi fosse riuscito a entrare a nuoto a Ceuta non avrebbe più potuto essere respinto alla frontiera. «Una cosa che non è vera», ha precisato. All’origine della campagna di disinformazione, secondo il premier, ci sarebbe stata un’interpretazione distorta di una sentenza del Tribunale Supremo, poi rilanciata sui social attraverso «false notizie» e amplificata anche da organizzazioni criminali. Sánchez ha quindi allargato il campo delle accuse, chiamando in causa «l’internazionale dell’ultradestra, che utilizza sempre la migrazione non solo per attaccare la Spagna ma anche l’Europa e dividerla». Parole con cui il premier spagnolo sposta l’attenzione sulle campagne di disinformazione e, almeno in questa ricostruzione, non attribuisce al Marocco la responsabilità diretta dell’ondata di fine luglio. Il presidente del governo ha però riconosciuto anche la fragilità strutturale della frontiera: Ceuta e Melilla, ha spiegato, rappresentano «probabilmente le frontiere più complesse del mondo». Nei giorni precedenti alla crisi erano aumentati gli ingressi a nuoto e si erano svolte diverse riunioni tra le autorità locali e l’amministrazione centrale, ma l’incremento non era stato considerato tale da far prevedere quanto sarebbe accaduto. Anche il Centro Nacional de Inteligencia e la Policía Nacional avevano condiviso informazioni sulla situazione – ha assicurato Sánchez – ma «non c’è stata nessuna informazione che segnalasse la dimensione della crisi che avremmo subito il 30 e il 31 luglio». Secondo i dati forniti dal premier, in quelle due giornate circa 70 mila persone sono entrate a Ceuta e nove su dieci sono successivamente tornate in Marocco. Nell’exclave ne resterebbero oggi circa 5 mila, tra cui 1.500 minorenni. La sfida è ora identificarli, effettuare i triage e valutare i rimpatri o le richieste di asilo. Per affrontare l’emergenza, i 500 posti disponibili nei centri di accoglienza prima della crisi sono già stati portati a 3.300 e, grazie all’accordo raggiunto venerdì con la città autonoma, saliranno a 6 mila.Proseguono intanto anche i ritorni volontari verso il Marocco: fino al 10 agosto erano rientrate 3.222 persone.