Pubblichiamo una serie di cinque racconti di autori provenienti dalla Scuola Holden: ognuno è legato ad altrettante parole: “alternativa”, “partecipazione”, “immaginazione”, “rumore” e “intensità”. “Intensità” è la parola chiave di questo quinto racconto ed è anche la materia che sta alla base della didattica dei nuovi percorsi di Alta Formazione di Scuola Holden, progettati per formarsi nei diversi mestieri della narrazione: dall’editoria alla scrittura tv, fino alle narrazioni digitali. L’intensità diventa un metodo: allenare la percezione e trovare gli elementi che fanno vibrare una storia.Errori del giorno (Parte uno)Errori del giorno (Parte due) L’ultima volta sua madre l’aveva quasi sollevato da terra e trascinato fino a lì. Stava giocando a pallone, da solo, tirando calci a vuoto contro il muretto di mattoni accanto alla finestra della cucina, attentissimo a non colpire il vetro. La palla rimbalzava emettendo dei colpi secchi, dal muro cascavano polveri e briciole rosse. Riccardo voleva provare a spaccare un mattone. Aveva tirato una raffica di colpi più decisi. Sua madre gli era piombata addosso. L’aveva preso per l’orecchio, stringendo la punta tra il pollice e l’indice, e trascinato alla porta dello studio di suo padre. Aveva bussato tre volte, si era affacciata. «Fai quel che credi», era stata la risposta. «Sono passati tre giorni». «Lo so Nina. Se vuoi, posso provare a richiamare l’ambulatorio». La nonna spostò il busto in avanti per alzarsi dal divano. Nina le fece cenno di restare a sedere. «Non serve». «Oppure potete tornare più tardi. In ogni caso, se avrò notizie, vi contatterò all’istante». Alla voce titubante della nonna seguì il silenzio. Nina spostò lo sguardo su Riccardo. Era alta. Più di lui, più di sua nonna. Indossava un vestito nero che le copriva il collo e le spalle, stretto in vita da una cintura in pelle bianca e sottile. Teneva i capelli legati in una crocchia, non un ciuffo fuori posto. Sembrava pronta per un funerale. Fece uno sbuffo quasi impercettibile e si voltò nuovamente verso la nonna: «Se non ricevo notizie entro stasera, domattina vado dai carabinieri». Mollò la presa sulle spalle del figlio e fece un passo verso l’ingresso. «Andiamo Filippo». Riccardo osservò il bambino alzarsi dal divano e raggiungere la madre a testa bassa. Lei lo aspettava con la mano tesa. Filippo si aggrappò con un gesto meccanico. Uscirono in silenzio, attraversando la porta finestra che dava sulla veranda, accompagnati dalla nonna. Riccardo seguì. Lo riconobbe dal colore azzurro saturo della camicia, che spiccava luminosa in contrasto con le foglie scure dei pitosfori piantati lungo il viale in mattonelle che portava dal cancello alla veranda. Era in piedi, fermo, all’altezza di circa metà stradina, a una decina di metri dalla veranda, con la giacca piegata sull’avambraccio e la camicia incollata alla schiena dal caldo. L’altra mano era tesa verso uno dei rami del vecchio nespolo in giardino, carico di grappoli arancioni che spuntavano tra le lunghe foglie opache a lisca di pesce. Suo padre scelse una nespola e tirò. Il ramo rimbalzò indietro con un fruscio, continuando a ondeggiare come in segno di assenso, un ringraziamento per aver raccolto il primo di tutti quei frutti che quell’estate nessuno aveva toccato. Nina si scaraventò su di lui, trascinando Filippo per la mano. «Dottore, finalmente». Manovrò suo figlio in avanti, aggrappandolo per il mento con due dita, e gli rivolse la fronte verso l’alto. Riccardo, ancora in piedi sulla veranda, vedeva la testa di Filippo piegata all’indietro, la lacca sui capelli biondi che luccicava al sole. Nina parlava ma non si sentiva, sovrastata dal tintinnio dei bracciali d’oro che si agitavano insieme alla mano sua libera, il cui indice smaltato puntava senza sosta nella direzione di Riccardo. Da quella distanza riuscì a distinguere soltanto la parola aggressione. Poi punti, risarcimento, fuori controllo, pericoloso, irruento. Suo padre era immobile. La mano in cui stringeva la nespola era racchiusa nell’altra, all’altezza del bacino. Scaricava il peso sulla gamba sinistra, tenendo l’altra leggermente flessa. Aveva salutato Nina con un sorriso e un cenno della testa, mantenendo però il viso più orientato verso l’albero che lei. Poi Nina cambiò tono. Cessò di agitare la mano e fece un passo avanti. Le parole si trasformarono in un bisbiglio sussurrato, lo stesso che filtrava dalla cucina o dalle camere da letto quando la nonna si ritirava a testa bassa con le altre mamme. Suo padre finalmente girò il volto del tutto verso la donna. Poi alzò lo sguardo oltre di lei e fece cenno a Riccardo di avvicinarsi. Con il pollice premette la buccia della nespola finché non si aprì una sottile spaccatura. Ne sfilò un lembo, poi l’altro, che cadde a terra lasciando scoperte due strisce di polpa arancione. Lo porse a Filippo e, inginocchiandosi, allungò la mano per scostare con delicatezza la benda che gli fasciava la fronte. Sopra il sopracciglio sinistro la crosta aveva preso il colore del miele scuro. Ai bordi, la pelle era tesa e violacea. Da un’estremità del taglio affiorava un rigolo di umidità giallognola. Suo padre coprì di nuovo la ferita e si alzò in piedi. «Con questo caldo non è saggio bendare una lesione di questo tipo. Il sudore si intrappola e la ferita si infetta. Le consiglierei di disinfettare bene la zona e di tenere suo figlio a casa, lontano dal sole». Poi si rivolse a Riccardo: «Tu, invece, vai a prendere il costume». Percorsero insieme la passerella che divideva gli ombrelloni fino al mare: Riccardo di tanto in tanto correva per stare al passo del padre. Gli sguardi sui volti delle mamme al bar adesso li circondavano anche ai lati: superarono Ilse - distesa in costume su una sdraio alla loro sinistra - che nel vederli abbassò gli occhiali da sole e puntò gli occhi azzurrissimi su Riccardo, senza dire una parola, e Donata, che, sotto un ombrellone poco più avanti, rimase in piedi a braccia incrociate, seguendoli con lo sguardo e ruotando la testa al loro passaggio. Riccardo si sentiva la pelle secca, asciutta. Il cotone della maglietta gli grattava la schiena come una striscia di carta vetro. L’etichetta gli scavava tra le spalle come un uncino. Le stringhe erano troppo strette. Le solette consumate. Temeva che l’alluce, i talloni e le caviglie - che con ogni passo sfregavano contro la tela delle scarpe - potessero prendere fuoco. Iniziò a correre. Svincolò le spalle dalle cinghiette dello zaino e lo lasciò cadere sulla riva. Inciampò su una cunetta mentre si spogliava della maglia - le mani ancora incastrate nelle maniche - e cadde con la faccia nella sabbia. Sputò i granelli che gli scrocchiavano tra i denti e quelli attaccati alla lingua, poi riprese a correre verso il mare. Lasciò che le onde spegnessero l’incendio che sentiva nelle scarpe prima di liberarsene. Galleggiarono in superficie, due barchette di tela. L’acqua gli arrivò alle ginocchia, poi alle cosce, al bacino. Inspirò, tirando in dentro lo stomaco. Era fredda, nonostante il sole ci avesse battuto sopra tutto il giorno. Si schizzò di fretta le spalle e il collo. Fece una coppa con le mani, raccolse l’acqua e lasciò che i rivoli di freddo gli bagnassero i capelli. Poi si tuffò. Sott’acqua il rumore della spiaggia sparì di colpo. Il mare gli premeva sui timpani. Aprì gli occhi per ammirare la precisione delle strisce di sabbia sul fondale. Tirò un calcio a vuoto nell’acqua e vide i granelli sollevarsi in una nuvola irrequieta. Poi tornarono al loro posto. Riemerse per respirare e si voltò verso la spiaggia. Un gruppo di donne si era raccolto lungo la riva. Poco più avanti suo padre era in piedi, ancora vestito. «Riccardo!». Il mare tornò a chiudersi sopra di lui. Nuotò con la schiena rivolta al fondale. La luce filtrava tremolante. Osservò una colonna di bollicine rincorrersi fino ad arrivare in superficie. Le seguì. «Riccardo!». La voce del padre era lontana, impastata dal mare. «Riccardo esci! Dobbiamo tornare a casa!». Da quella distanza, Riccardo non riusciva più a distinguerne il viso. Soltanto una figura ferma sulla riva, una mano alzata davanti agli occhi per ripararsi dal sole.
Errori del giorno (Parte tre)
Pubblichiamo una serie di cinque racconti di autori provenienti dalla Scuola Holden: ognuno è legato ad altrettante parole: “alternativa”, “partecipazione”, “immaginazione”, “rumore” e “intensità”. “Intensità” è la parola chiave di questo quinto racconto ed è anche la materia che sta alla base della didattica dei nuovi percorsi di Alta Formazione di Scuola Holden, progettati per formarsi nei diversi mestieri della narrazione: dall’editoria alla scrittura tv, fino alle narrazioni digitali. L’intensità diventa un metodo: allenare la percezione e trovare gli elementi che fanno vibrare una storia.Errori del giorno (Parte uno)Errori del giorno (Parte due) L’ultima volta sua madre l’aveva quasi sollevato da terra e trascinato fino a lì. Stava giocando a pallone, da solo, tirando calci a vuoto contro il muretto di mattoni accanto alla finestra della cucina, attentissimo a non colpire il vetro. La palla rimbalzava emettendo dei colpi secchi, dal muro cascavano polveri e briciole rosse. Riccardo voleva provare a spaccare un mattone. Aveva tirato una raffica di colpi più decisi. Sua madre gli era piombata addosso. L’aveva preso per l’orecchio, stringendo la punta tra il pollice e l’indice, e trascinato alla porta dello studio di suo padre. Aveva bussato tre volte, si era affacciata. «Fai quel che credi», era stata la risposta. «Sono passati tre giorni». «Lo so Nina. Se vuoi, posso provare a richiamare l’ambulatorio». La nonna spostò il busto in avanti per alzarsi dal divano. Nina le fece cenno di restare a sedere. «Non serve». «Oppure potete tornare più tardi. In ogni caso, se avrò notizie, vi contatterò all’istante». Alla voce titubante della nonna seguì il silenzio. Nina spostò lo sguardo su Riccardo. Era alta. Più di lui, più di sua nonna. Indossava un vestito nero che le copriva il collo e le spalle, stretto in vita da una cintura in pelle bianca e sottile. Teneva i capelli legati in una crocchia, non un ciuffo fuori posto. Sembrava pronta per un funerale. Fece uno sbuffo quasi impercettibile e si voltò nuovamente verso la nonna: «Se non ricevo notizie entro stasera, domattina vado dai carabinieri». Mollò la presa sulle spalle del figlio e fece un passo verso l’ingresso. «Andiamo Filippo». Riccardo osservò il bambino alzarsi dal divano e raggiungere la madre a testa bassa. Lei lo aspettava con la mano tesa. Filippo si aggrappò con un gesto meccanico. Uscirono in silenzio, attraversando la porta finestra che dava sulla veranda, accompagnati dalla nonna. Riccardo seguì. Lo riconobbe dal colore azzurro saturo della camicia, che spiccava luminosa in contrasto con le foglie scure dei pitosfori piantati lungo il viale in mattonelle che portava dal cancello alla veranda. Era in piedi, fermo, all’altezza di circa metà stradina, a una decina di metri dalla veranda, con la giacca piegata sull’avambraccio e la camicia incollata alla schiena dal caldo. L’altra mano era tesa verso uno dei rami del vecchio nespolo in giardino, carico di grappoli arancioni che spuntavano tra le lunghe foglie opache a lisca di pesce. Suo padre scelse una nespola e tirò. Il ramo rimbalzò indietro con un fruscio, continuando a ondeggiare come in segno di assenso, un ringraziamento per aver raccolto il primo di tutti quei frutti che quell’estate nessuno aveva toccato. Nina si scaraventò su di lui, trascinando Filippo per la mano. «Dottore, finalmente». Manovrò suo figlio in avanti, aggrappandolo per il mento con due dita, e gli rivolse la fronte verso l’alto. Riccardo, ancora in piedi sulla veranda, vedeva la testa di Filippo piegata all’indietro, la lacca sui capelli biondi che luccicava al sole. Nina parlava ma non si sentiva, sovrastata dal tintinnio dei bracciali d’oro che si agitavano insieme alla mano sua libera, il cui indice smaltato puntava senza sosta nella direzione di Riccardo. Da quella distanza riuscì a distinguere soltanto la parola aggressione. Poi punti, risarcimento, fuori controllo, pericoloso, irruento. Suo padre era immobile. La mano in cui stringeva la nespola era racchiusa nell’altra, all’altezza del bacino. Scaricava il peso sulla gamba sinistra, tenendo l’altra leggermente flessa. Aveva salutato Nina con un sorriso e un cenno della testa, mantenendo però il viso più orientato verso l’albero che lei. Poi Nina cambiò tono. Cessò di agitare la mano e fece un passo avanti. Le parole si trasformarono in un bisbiglio sussurrato, lo stesso che filtrava dalla cucina o dalle camere da letto quando la nonna si ritirava a testa bassa con le altre mamme. Suo padre finalmente girò il volto del tutto verso la donna. Poi alzò lo sguardo oltre di lei e fece cenno a Riccardo di avvicinarsi. Con il pollice premette la buccia della nespola finché non si aprì una sottile spaccatura. Ne sfilò un lembo, poi l’altro, che cadde a terra lasciando scoperte due strisce di polpa arancione. Lo porse a Filippo e, inginocchiandosi, allungò la mano per scostare con delicatezza la benda che gli fasciava la fronte. Sopra il sopracciglio sinistro la crosta aveva preso il colore del miele scuro. Ai bordi, la pelle era tesa e violacea. Da un’estremità del taglio affiorava un rigolo di umidità giallognola. Suo padre coprì di nuovo la ferita e si alzò in piedi. «Con questo caldo non è saggio bendare una lesione di questo tipo. Il sudore si intrappola e la ferita si infetta. Le consiglierei di disinfettare bene la zona e di tenere suo figlio a casa, lontano dal sole». Poi si rivolse a Riccardo: «Tu, invece, vai a prendere il costume». Percorsero insieme la passerella che divideva gli ombrelloni fino al mare: Riccardo di tanto in tanto correva per stare al passo del padre. Gli sguardi sui volti delle mamme al bar adesso li circondavano anche ai lati: superarono Ilse - distesa in costume su una sdraio alla loro sinistra - che nel vederli abbassò gli occhiali da sole e puntò gli occhi azzurrissimi su Riccardo, senza dire una parola, e Donata, che, sotto un ombrellone poco più avanti, rimase in piedi a braccia incrociate, seguendoli con lo sguardo e ruotando la testa al loro passaggio. Riccardo si sentiva la pelle secca, asciutta. Il cotone della maglietta gli grattava la schiena come una striscia di carta vetro. L’etichetta gli scavava tra le spalle come un uncino. Le stringhe erano troppo strette. Le solette consumate. Temeva che l’alluce, i talloni e le caviglie - che con ogni passo sfregavano contro la tela delle scarpe - potessero prendere fuoco. Iniziò a correre. Svincolò le spalle dalle cinghiette dello zaino e lo lasciò cadere sulla riva. Inciampò su una cunetta mentre si spogliava della maglia - le mani ancora incastrate nelle maniche - e cadde con la faccia nella sabbia. Sputò i granelli che gli scrocchiavano tra i denti e quelli attaccati alla lingua, poi riprese a correre verso il mare. Lasciò che le onde spegnessero l’incendio che sentiva nelle scarpe prima di liberarsene. Galleggiarono in superficie, due barchette di tela. L’acqua gli arrivò alle ginocchia, poi alle cosce, al bacino. Inspirò, tirando in dentro lo stomaco. Era fredda, nonostante il sole ci avesse battuto sopra tutto il giorno. Si schizzò di fretta le spalle e il collo. Fece una coppa con le mani, raccolse l’acqua e lasciò che i rivoli di freddo gli bagnassero i capelli. Poi si tuffò. Sott’acqua il rumore della spiaggia sparì di colpo. Il mare gli premeva sui timpani. Aprì gli occhi per ammirare la precisione delle strisce di sabbia sul fondale. Tirò un calcio a vuoto nell’acqua e vide i granelli sollevarsi in una nuvola irrequieta. Poi tornarono al loro posto. Riemerse per respirare e si voltò verso la spiaggia. Un gruppo di donne si era raccolto lungo la riva. Poco più avanti suo padre era in piedi, ancora vestito. «Riccardo!». Il mare tornò a chiudersi sopra di lui. Nuotò con la schiena rivolta al fondale. La luce filtrava tremolante. Osservò una colonna di bollicine rincorrersi fino ad arrivare in superficie. Le seguì. «Riccardo!». La voce del padre era lontana, impastata dal mare. «Riccardo esci! Dobbiamo tornare a casa!». Da quella distanza, Riccardo non riusciva più a distinguerne il viso. Soltanto una figura ferma sulla riva, una mano alzata davanti agli occhi per ripararsi dal sole.






