SANTA GIUSTINA (BELLUNO) - «Mio figlio stava male da tempo. Da quando sua mamma ha avuto l’ictus era cambiato giorno dopo giorno». La voce di Marco Perot è stanca, spezzata dal peso delle ultime ore che hanno travolto un’intera famiglia. Dall’altra parte del telefono c’è un padre che prova a dare una spiegazione a quanto accaduto mercoledì pomeriggio nell’appartamento di via XX Settembre a Santa Giustina, dove Claudio Perot, ex poliziotto della Questura di Belluno, avrebbe accoltellato la moglie Silvia De Martin prima di tentare di togliersi la vita.

Il burnout Una tragedia sfiorata che oggi lascia dietro di sé una famiglia in pezzi, una donna ancora ricoverata in ospedale e il racconto di un malessere che, secondo il padre, andava avanti ormai da settimane: «Tutto è iniziato il 12 aprile di quest’anno, quando mia moglie ha avuto un ictus» racconta Marco Perot. Da quel momento la donna era stata prima ricoverata all’ospedale di Feltre e poi traferita all’ospedale di comunità di Alano. Oggi si trova nella casa di riposo di Cesiomaggiore. Secondo il padre, Claudio avrebbe accusato profondamente quella situazione: «Quando la mamma ha avuto l’ictus lui ha iniziato a peggiorare sempre di più. Era proprio in esaurimento». Cosa anche normale considerando il peso che Claudio si metteva addosso, come racconta il padre, essendo il punto di riferimento della famiglia: «Era lui il nostro tuttofare. Qualsiasi cosa servisse ci affidavamo sempre a lui». Ma a pesare sarebbe stata soprattutto la situazione della madre: «Lei desiderava tornare a casa, ma non era possibile assisterla lì perché era troppo impegnativo e non si trovavano persone che potessero dare una mano». Un problema che avrebbe aumentato ulteriormente la pressione psicologica sull’ex agente. «Questo fatto Claudio lo sentiva tantissimo. Avevamo trovato un posto a Cesiomaggiore per due mesi di sollievo, ma poi bisognava trovare un’altra sistemazione. Lui insieme alla moglie aveva cercato in diversi posti, ma ovunque ci dicevano che non c’era posto. E questo malessere diventava sempre più forte». Il crollo Fino a mercoledì. Una giornata che, secondo Marco Perot, aveva fatto capire chiaramente che qualcosa non andava: «Sono andato a trovarlo e Silvia voleva portarlo all’ospedale perché si vedeva che fosse fuori di sé: non rispondeva nemmeno quando gli parlavano e continuava a girare per casa senza fermarsi e aveva cambiato la fisionomia ormai in faccia, così ho detto che qui bisognava fare qualcosa». Nel pomeriggio Silvia De Martin, insieme a un amico di famiglia, Livio Cadorin, avrebbe quindi cercato di convincere Claudio Perot a salire in macchina per essere accompagnato in ospedale: «Claudio e Silvia andavano pienamente d’accordo - continua il padre - si cercavano sempre uno con l’altra. Non c’erano problemi tra loro. Ma nel momento in cui c’è stata una richiesta un po’ più concreta di convincerlo è successo quello che è successo». Secondo la ricostruzione fornita dal padre, durante quei momenti concitati Claudio avrebbe afferrato la prima cosa trovata vicino, il coltello, colpendo prima la moglie e, resosi conto del danno, avrebbe inflitto un colpo a sé stesso. Senza successo i tentativi di fermare l’uomo da parte dell’amico e la figlia diciannovenne della coppia. «La figlia si è ferita a un dito cercando di intervenire: sono saltati addosso al padre insieme agli altri per fermarlo e nel tentativo di bloccare il coltello si è fatta male ma ora sta bene». Silvia De Martin, agente della Questura, è stata poi elitrasportata all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso dove resta ricoverata, ma non sarebbe in pericolo di vita. «Da quello che sappiamo sembra che stia riprendendosi bene» chiude Marco. Nessuna conseguenza invece per Cadorin, riuscito a evitare ferite durante l’intervento. La figlia della coppia, profondamente scossa da quanto accaduto, nelle ore successive sarebbe stata affidata ai parenti materni. «È andata dalla nonna a Cavarzano, però è passata anche qui a trovarmi». Parole pronunciate con enorme fatica da un uomo che già in passato aveva dovuto affrontare un dolore devastante: nel 2011 la famiglia Perot aveva infatti perso un altro figlio, Andrea, morto in un incidente stradale. Ora saranno i carabinieri a dover ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’aggressione e i profili penali della vicenda che cambierebbe da femminicidio a omicidio per la differenza d’intento. Ma dietro alle indagini resta soprattutto il ritratto di una famiglia sprofondata improvvisamente dentro un’altra tragedia, tra malattia, fragilità psicologica e un equilibrio che, lentamente, si sarebbe spezzato fino al dramma di mercoledì.