SANTA GIUSTINA (BELLUNO) - «Mi sento come se non fossi arrivato in tempo. Come se non fossi stato abbastanza veloce». Sono le parole piene di amarezza di Livio Cadorin, l’amico di Claudio Perot intervenuto quel mercoledì 10 giugno pomeriggio a Santa Giustina per venire in aiuto di un compagno di mille avventure nel momento del bisogno. È stato lui infatti, insieme a Silvia De Martin, a cercare di convincere Claudio a salire in macchina e farsi accompagnare in ospedale pochi minuti prima della tragedia avvenuta nell’appartamento di via XX Settembre a Santa Giustina.
Il legame Ex vigile del fuoco classe 1962, un anno più grande di Claudio, andato in pensione nel 2022 dopo anni di servizio tra Belluno e Feltre, Livio conosce Claudio praticamente da tutta la vita. Un’amicizia nata quando Perot era ancora un ragazzino. «Lo conosco da quando aveva quattordici o quindici anni ed era arrivato in Italia dalla Svizzera insieme al padre Marco. È il cugino di mia moglie. Siamo cresciuti insieme». Un rapporto costruito negli anni come dei veri compagni di avventure grazie anche alle passioni condivise. «Abbiamo sempre condiviso la passione per la bicicletta e la moto. Era una persona con cui sono cresciuto e a cui volevo veramente un bene enorme». Per questo, racconta oggi, vedere Claudio cambiare così profondamente negli ultimi mesi lo aveva colpito duramente. «Marco stava male e si vedeva in volto dalle persone che lo conoscevano bene. Io lo avevo incontrato qualche settimana fa e già lì percepivo una sensazione di malessere perché già non sembrava più lui. Poi però una settimana fa, quando l’ho incontrato di nuovo era diventato quasi irriconoscibile». Secondo l’ex vigile del fuoco, il peggioramento sarebbe stato evidente soprattutto nell’ultimo periodo: «Erano settimane pesanti e facevo fatica a rivedere l’amico con cui alla fine avevo condiviso una vita: quello non era il vero Claudio che conoscevo». Parole che si intrecciano anche con il racconto fatto dal padre Marco Perot, convinto che il figlio fosse precipitato in un forte stato di esaurimento dopo l’ictus che aveva colpito la madre nello scorso aprile. Una situazione che, giorno dopo giorno, avrebbe logorato sempre di più l’ex poliziotto. Il tentativo di aiuto fallito Mercoledì pomeriggio Livio era stato contattato proprio perché si cercava qualcuno che riuscisse a convincere Claudio a farsi aiutare. «Io ero convinto che saremmo riusciti a portarlo con noi in ospedale. Sapevamo che aveva bisogno di essere curato». L’ex vigile del fuoco racconta di essersi presentato nell’abitazione con l’idea di dare una mano, come aveva fatto per tutta la vita nel suo lavoro: «Il mio animo è quello di un vigile del fuoco. Io devo aiutare la gente, specialmente se si tratta di un mio caro amico». Poi però qualcosa sarebbe cambiato improvvisamente durante quei momenti concitati. «Stavamo facendo grandi progressi e Claudio pareva darci ascolto. Eravamo a buon punto, anche perché non è mai stato forzato. Probabilmente nel mentre è successo qualcosa mentre stavamo parlando e da lì è scaturito ciò che è accaduto». Livio avrebbe cercato di fermare il fatto ma senza riuscirci perché le frazioni di tempo in cui il fatto sarebbe avvenuto. Dei quattro dentro l’appartamento è l’unico che ne è uscito senza riportare gravi conseguenze, oltre alla figlia della coppia diciannovenne presente in casa e intervenuta insieme agli altri nel disperato tentativo di bloccare il padre. Oggi, a distanza di poche ore, nell’ex vigile del fuoco resta soprattutto il peso di non essere riuscito a evitare la tragedia. «Purtroppo adesso quello che sento è che come se non fossi arrivato in tempo. Questo è il mio rammarico più grande adesso».






