Il bambino, tre anni, urla e singhiozza fuori di sé, in un parossismo crescente. Arriva di corsa la zia, che vive nell'appartamento accanto, preoccupata per le urla: trova la madre in crisi d'ansia e il piccolo che ancora urla e singhiozza.
«Amore» chiede sollecita la zia, prendendolo in braccio «ma cos'è successo di così tremendo?». «È tutta colpa della mammaaa!», riprende il piccolo urlando. «Ma cosa ti ha detto, amore mio?». «Mi ha detto una cosa tre-meen-daaa! Mi ha detto di noooooo!», e i singhiozzi riprendono, come se quel "no" segnasse la fine del mondo. «Va bene, tesoro, calmati», dice la madre, già pronta alla resa, mentre il piccolo guarda la zia con un guizzo di trionfo.
Certo, molto dipende dal "come" è stato detto di no. E a che cosa. Resta il fatto che il "no" segna un limite che i piccoli oggi fanno fatica ad accettare, data la crescente tendenza a soddisfare con "sì" scivolosi ogni richiesta del bimbo, che impara presto a diventare un esigente e intransigente tiranno.
«Mamma, devo dirti una cosa», dice il ragazzino di 14 anni, tornando dalla madre, che una mezz'oretta prima gli ha detto un definitivo "no", in un'età bollente, la prima adolescenza, caratterizzata da negoziati continui sugli spazi di libertà, scatenando una fuga in camera, con chiusura violenta della porta. «Ci ho pensato. Devo proprio dirti una cosa: i tuoi no, sul subito, mi fanno venire i nervi. Però poi mi danno sicurezza. Scusa per prima».






