Una zia ottantenne (Gela, che vive in Sicilia) e un nipote (Nico, ancora bambino, che vive al Nord): si capisce come “Gioia mia”, interessante opera prima di Margherita Spampinato, viva di contrasti e si nutra di opposti e tra tutti, narrativamente, quello relativo all’età è il più insidioso, perché sprofondare nelle situazioni emotive più sdrucciolevoli è un attimo. I due si trovano obbligati a convivere per un’estate, quando la tata di Nico non può più seguirlo e il piccolo viene spedito diverse centinaia di chilometri più a sud, per passare i mesi più caldi. Potrebbe essere un film che si serve sbrigativamente delle differenze, giocandole magari in una chiave da commedia facilmente spassosa, come se ne sono viste tante. Invece Spampinato rischia il suo esordio cercando i punti di contatto, tra la nostalgia dell’anziana per un ricordo che ancora oggi la fa soffrire e vivere in solitudine, e la continua scoperta del mondo, con le prime bugie, i primi dispiaceri e disaccordi, di un bambino che fa della curiosità il motore della sua presenza in una terra sconosciuta, come lo è altrettanto ancora gran parte della sua vita. Tutto sembra allontanare nipote e zia: il primo è attaccato costantemente al cellulare, la seconda gioca a carte, non ha il wi-fi in casa e manifesta la commozione attraverso foto di un tempo; il primo sente pulsare qualcosa di diverso verso una ragazzina appena sconosciuta, la seconda sa che l’amore di un tempo, specie se ritenuto, ancora più di oggi, inopportuno, ha troppe spine che ancora la feriscono. Spampinato si muove su questo terreno instabile, alimentando inizialmente un fastidio tangibile per la convivenza, per poi far affiorare una reciproca affabilità, resa vibrante anche dall’uso di una coralità popolare, con le amiche della zia che animano il cortile del palazzo e il chiasso dei bambini, con i quali Nico trova pian piano confidenza, dopo un iniziale rifiuto, vittima di scherzi da fanciulli. Su tutto aleggia una sotterranea ansia di possibili presenze inquietanti che sembrano abitare le case disabitate del quartiere, con le quali i bambini sembrano possedere più curiosità che timore, a differenza degli anziani che continuano a parlarne tra il mistico e la superstizione, smontando così il barocco realismo con il quale trascorrere le giornate con un leggero senso di mistero. In un film che chiede agli spazi di farsi intrigante narrazione, ci si incaglia solo quando si vuole spiegare troppo (come la precisazione sull’amore lesbico della zia) o si calca sugli aspetti folkloristici, ma a cominciare dagli interpreti (l’ottima Anna Quattrocchi e il piccolo Marco Fiore) e dallo sguardo intenso della regista “Gioia mia” si manifesta nei piccoli gesti, negli improvvisi silenzi e in quel doloroso sentire la vita, che nei bambini conserva ancora quell’esuberanza che gli anziani hanno inevitabilmente perso da tempo. Voto: 6,5.
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