«Un’affermazione ridicola. Anzi: insulsa. Cosa vorrebbe dire Bonaccini? Che le persone intelligenti votano per i comunisti?».Sul valore fittizio del “pezzo di carta”, che sia la laurea o il tesserino dell’Ordine dei giornalisti, Vittorio Feltri fa battaglie da una vita. Circa due anni fa, è intervenuto con queste parole a proposito della polemica sulla laurea dei ministri del governo Meloni (allora sotto tiro c’era Alessandro Giuli): «Nella nostra Costituzione non è indicato che un politico, ossia un individuo eletto, o un ministro, nominato, debbano essere laureati».Così è facile strappargli una chiacchierata sull’uscita del presidente del Pd, sulla destra che nel mondo prende i voti «di chi ha poco studiato». Come se un corso di studi qualificasse una persona.
«Mi sembrano tutte cazzate», è la prima reazione del fondatore di Libero, attuale direttore editoriale del Giornale. Lui, del resto, è – e orgogliosamente – solo un laureato “honoris causa”. Il titolo di dottore l’ha ottenuto, in Scienze politiche, nel 2003. A conferirglielo, l’università San Pio V di Roma.
«E in autunno ne riceverò un’altra», annuncia.Sarà contento Bonaccini.
«Le sue sono banalità. Si possono fare mille esempi. Anche nella storia italiana».Allora fuori qualche nome.












