I riflettori mediatici si sono spenti, ma a Ceuta la crisi umanitaria aperta dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le organizzazioni che da settimane lavorano sul territorio, No Name Kitchen (NNK) e la carovana solidale di Border Resistance, secondo cui l’idea che l’emergenza sia stata superata è un equivoco pericoloso: la situazione, spiegano, “cambia continuamente”. Era già critica prima degli arrivi di fine luglio: il CETI, il Centro di Permanenza Temporanea per Stranieri (la struttura pubblica di prima accoglienza della città, pensata per poche centinaia di persone) era già al collasso, sovraffollato ben oltre la propria capacità.
Di fronte a questa pressione, le autorità spagnole hanno allestito due nuovi spazi di accoglienza temporanea, ad affiancare il CETI: uno nella zona di Loma Margarita e uno nell’area chiamata Embolsamiento. Entrambi i campi sono gestiti in collaborazione con enti del terzo settore come Engloba e ACCEM, quest’ultima già coinvolta nella gestione di campi analoghi durante la crisi migratoria delle Canarie del 2021. Con questi nuovi spazi il Ministero delle Migrazioni punta a liberare la spiaggia del Trampolín, diventata nelle scorse settimane un accampamento di fortuna per oltre mille persone in attesa di una sistemazione, e la vicina zona della Loma de Colmenar, altro punto di concentrazione informale. Il governo insiste sul carattere volontario dell’ingresso in questi due nuovi campi, cioè sul fatto che le persone non vengono obbligate a trasferirvisi. Le autorità locali di Ceuta, guidate dal Partito Popolare, continuano invece a chiedere rimpatri di massa verso il Marocco e il rafforzamento dei controlli alla frontiera. In parallelo prosegue la militarizzazione dell’enclave, con nuovi invii di personale militare a supporto dell’esercito già dispiegato lungo il confine.











