Pistolesi L ui c’era quando il destino negò il terzo Scudetto alla Fiorentina. Lui c’era anche nel 2001 quando il Franchi festeggiava quello che resterà l’ultimo trofeo della bacheca viola. Lui c’era pure quando non c’era niente, "nemmeno un pallone da calciare". Lui, Giovanni Galli, protettore della porta viola per quasi un decennio e poi dirigente illuminato, ha vissuto da protagonista gli ultimi crocevia della storia viola. Dallo spareggio mancato fino allo spareggio valso una rinascita.
Galli, il primo ricordo al Franchi? "Avevo dieci anni e ci entrai da tifoso del Pisa. Del resto abitavo a pochi passi dall’Arena. Era il ’69, l’anno dello scudetto. Mio babbo mi portò a vedere la partita contro il Pisa, in curva cantavano ’Viola, viola’ ma la Fiorentina quel giorno giocava in maglia bianca e io mi guardavo intorno, non capivo".
Poi quel colore se l’è scolpito sulla pelle... "Sono cresciuto nelle case popolari, iniziai a giocare per caso con gli amici. La Fiorentina mi vide che avevo 13 anni e mi mandò a giocare alla Marinese, all’epoca squadra succursale tanto che avevamo le maglie ufficiali della Fiorentina. Ecco, quella fu la prima volta che ho indossato il giglio sul petto".
E poi? "Iniziai la trafila delle giovanili. Uscivo da scuola a mezzogiorno, prendevo il treno per Firenze, facevo l’allenamento e poi ripartivo dalla stazione per tornare a Pisa, due volte la settimana più la partita. L’anno dopo gli allenamenti raddoppiarono e a Pandolfini dissi: “Come faccio? Devo andare a scuola...“. Allora mi portò al Convitto in via Carnesecchi, di fronte allo stadio".







