A Villastrada, una frazione di poche case e poca gente a una ventina di chilometri da Perugia, l’Erminia aveva da poco compiuto 85 anni. Aveva lavorato fino a qualche giorno prima nei campi del cascinale dove stava a mezzadria da quando era nata, come c’erano stati i suoi genitori e i suoi nonni. Ma il marito, il Gualdo, le era morto da un paio di mesi e lei, senza accorgersene, non era più statala stessa. Non se ne accorgeva lei, e nemmeno suo figlio Giovanni e sua moglie Berta, e le loro due figlie gemelle: Anna e Crispina. Figli maschi non ne erano nati e le due figlie, quarant’anni suonati, non s’erano nemmeno maritate. Ormai, non c’era neanche verso che capitasse più, ché nei dintorni le chiamavano da un pezzo le vecchie zitelle. Era il 1950 e le cose andavano così, a quell’età si potevano considerare merce che nessuno avrebbe più voluto. Come diceva la loro madre: «So’ rimaste ’nvendute».
Al mattino, nei campi ci andavano tutti, ma al momento della mietitura bisognava prendere pure qualche bracciante, ché loro cinque non bastavano di certo. Ma ce l’avevano sempre fatta, e il padrone, che si faceva vedere un paio di volte l’anno, era sempre stato contento.
«E ce credo!» diceva sempre Giovanni. «Con tutto quel che je damo. Ce mancava che ’nn era contento, porellino»






