Questa è la storia.
Il 13 ottobre 1997 stavo guidando sull’Autostrada Genova-Livorno, avevo ventisei anni e, contrariamente al luogo comune romanzesco secondo cui tutti i ragazzi sono ambiziosi e le ragazze sensibili, non solo non sapevo cosa volevo, ma non avevo nemmeno troppa fretta di scoprirlo. Avevo iniziato a scrivere un romanzo, ma non era ancora una cosa seria. Quel giorno stavo andando a trovare una ragazza a Genova: una fotografa filiforme e mezza matta di nome Micky. Ricordo la nebbia – come un gigantesco crampo dello scrittore – e una spia che si accende: una lampada di Aladino arancione e una scritta digitale: «tanke bitte». Mi fermo all’autogrill Brugnato Est. Parcheggio davanti alla Taverna del Buongustaio (uno di quegli empori autostradali in cui si vendono prosciutti, coltellini e busti del Duce). Scendo. Cammino verso le pompe, chiedo a un benzinaio di farmi il pieno dell’olio. Gli lascio le chiavi e faccio quattro passi per sgranchire le gambe. Arrivo fino al ponte meccanico: hanno tirato su una Fiat Ritmo con le portiere aperte. Nessuno nei paraggi. Seminascosta dai piloni del ponte e da una catasta di pneumatici c’è una Mercedes. Nera. Oltre il lunotto posteriore, controluce, una crocchia di capelli rossi e una coda di cavallo s’agitano al di sopra del poggiatesta. È il posto del guidatore. Mi faccio più vicino. I capelli rossi sussultano come se fossero di qualcuno che stia prendendo a cazzotti il volante. Tenendomi sempre a una certa distanza, compio una manovra avvolgente e scarto sulla sinistra. Non sono affari miei, ma…






