Quando conobbi Simona ero un vero spiantato, mangiavo un’arancia e me la facevo bastare fino alla sera quando tornavo a casa e aspettavo un piatto di pasta che i miei coinquilini mi lasciavano per amicizia o forse compassione. Ero arrivato a Roma da un paese pugliese, vivevo con l’euforia innocente e insensata che tutti i giovani aspiranti artisti provano quando traslocano in una grande città che offre smisurate occasioni al loro presunto talento. Frequentavo gli scrittori più grandi di me, andavo alle presentazioni, qualche volta mi facevo coraggio e m ipresentavo, altre volte restavo muto in disparte, cercando di imparare. Uno di loro mi fece conoscere i libri di Manlio. Aveva avuto molto successo da giovane, nel massimo del suo splendore i suoi libri erano stati tradotti in molte lingue e diventati sceneggiati televisivi. Appunto sceneggiati, perché era uno scrittore degli anni sessanta, poi era marcito, come capita agli scrittori che smettono di scrivere o non hanno più la pulsione, perché come mi ha insegnato Manlio, scrivere è una pulsione vitale che prevale sul senso di morte. In gioventù aveva avuto l’aria opulenta, il viso rotondo. Non aveva figli, non aveva famiglia, ma solo una grande casa a due passi da Piazza del Popolo. Se la manteneva vendendo i grandi quadri che aveva collezionato nel momento di massimo fulgore, Schifano, Morandi, Mafai, ma ogni mese un vuoto sul muro annunciava lo scorrere del tempo e delle bollette.
Gelsi | Mario Desiati, e quel senso nuovo e feroce - Linkiesta.it
Ogni giorno, per tutto agosto, Linkiesta ripropone un racconto tratto da K, la rivista letteraria curata da Nadia Terranova e Christian Rocca






