Elettra aveva guidato la Cinquecento con un po’ di apprensione. Pioveva da tre giorni ed era troppo buio. In alcuni quartieri mancava la luce. Arrivata in ospedale si era tranquillizzata. I reparti erano tutti in funzione, le ambulanze arrivavano con la solita frequenza. Ma verso le tre un barelliere della Misericordia, ridendo, aveva detto che aveva appena visto galleggiare nell’Arno mucche grandi come automobili. Gonfie, le zampe in su, sbatacchiate dalla corrente. Sta succedendo qualcosa di strano, aveva detto un altro barelliere che Elettra conosceva bene. Uno che non parlava mai e aveva le braccia come tronchi d’albero. Cosa sta succedendo, aveva chiesto Elettra a lui e a tutti gli altri. Bisogna che smetta di piovere, maremma boia, altrimenti qui s’affoga tutti, altro che mucche.
Agata si tira su di colpo e comincia a starnutire. Ogni tanto le succede, va avanti per minuti senza riuscire a smettere. Una raffica di starnuti, senza moccio, solo starnuti uno dietro l’altro. Bernardo, nel lettino accanto, si tira su e la chiama, fa così per distrarla, come avesse il singhiozzo. Qualche volta funziona.
Agata… chiama di nuovo Bernardo un po’ più forte, sollevato a sedere sul letto, stringendosi dentro le coperte nella stanza fredda. Sul suo comodino c’è una sveglia rossa con le braccia di Topolino al posto delle lancette. Bernardo non sa leggere l’ora sul quadrante ma soprattutto non gli piace il ticchettio. Per questo non la carica mai, la sveglia se ne sta lì, tranquilla, per giorni nella stessa posizione. Non indica niente di utile tranne se stessa, e Topolino. La sera prima sua madre, prima di andare in ospedale, si era seduta sul letto a leggergli una storia, e adesso la sveglia ticchettava. Bernardo aveva guardato la sveglia senza riuscire a leggere l’ora e si era ricordato di quel nome, Laomedonte.






