La notizia che arriva da Belgrado è una ferita per la memoria europea: Ratko Mladic, il "macellaio di Bosnia", condannato per genocidio dal Tribunale dell’Aja per la strage di Srebrenica e per l’assedio di Sarajevo, sarà sepolto con "tutti gli onori militari e di Stato" a cui, secondo il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic, ha diritto "in quanto generale". La frase pronunciata alla tv di Stato in un Paese che aspira all’ingresso nell’Unione Europea, misura la distanza con Bruxelles: non sui negoziati tecnici ma sui valori fondamentali. Mladic non è un militare qualunque perché ordinò l’esecuzione di oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci a Srebrenica nel luglio 1995, il peggior massacro in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Riconosciuto come genocidio dalle Nazioni Unite e dalla Corte internazionale di giustizia. La decisione del governo di Aleksandar Vucic di onorarlo con il cerimoniale degli eroi non è un incidente diplomatico né un gesto isolato di pietà ma la conferma di una narrazione revisionista sulle guerre dei Balcani che a Belgrado non ha mai smesso di circolare sottotraccia e adesso ora trova legittimazione istituzionale. La Serbia è da anni in bilico: da un lato bussa alla porta di Bruxelles, chiedendo fondi, accesso al mercato unico e adesione ma dall’altro coltiva un rapporto strategico con Mosca che va oltre la dipendenza energetica. Vucic non ha mai sostenuto le sanzioni contro la Russia per l’aggressione all’Ucraina, mantiene aperti i canali di intelligence con il Cremlino e permette che la propaganda nazionalista serba trovi sponda nei media filorussi che alimentano lo stesso revanscismo che fu benzina per le guerre di Slobodan Milosevic negli anni Novanta. Onorare Mladic significa parlare la stessa lingua di Mosca sul "grande popolo tradito", la sovranità etnica che prevale sul diritto internazionale, la memoria che riabilita i criminali di guerra come eroi nazionali. Non a caso i think tank vicini al Cremlino hanno sempre visto la Republika Srpska in Bosnia e la figura di Mladic come leve per destabilizzare l’architettura post-Dayton, tenendo aperta una ferita che impedisce ai Balcani occidentali di completare la transizione europea. E costituisce un focolaio di instabilità per l’Ue e per la Nato. Ma c’è dell’altro. La reazione a Sarajevo e a Srebrenica è stata di sdegno mentre a Banja Luka, capitale della Republika Srpska, negli ambienti vicini al leader Milorad Dodik la notizia è stata accolta con toni celebrativi. È il segno che il nazionalismo etnico resta dominante in un’area dove i confini di Dayton del 1995 hanno congelato più che risolto i conflitti. Ogni gesto simbolico - una statua, un murale, una sepoltura di Stato - riaccende la competizione tra narrazioni nazionali incompatibili, alimentando la sfiducia reciproca che rende la Bosnia-Erzegovina uno Stato ancora fragile, con le sue tre etnie - bosniaci, serbi e croati - sospese tra federalismo e secessionismo. Per l’Unione Europea tutto ciò comporta un test di credibilità. Bruxelles ha investito capitale politico ed economico nell’allargamento ai Balcani occidentali, presentandolo come il completamento del processo di integrazione comunitario e come argine all’influenza di potenze esterne ed aggressive: Russia, Cina e Turchia. Ma se Belgrado tributa onori di Stato a un criminale di guerra senza subire conseguenze concrete nel processo di adesione significa che la memoria delle vittime pesa meno della realpolitik commerciale. È lo stesso errore di valutazione che ha portato l’Europa a sottovalutare o sminuire il legame fra Belgrado e Mosca. Ecco perché i Balcani restano, un quarto di secolo dopo gli accordi di Dayton, la cartina tornasole delle fragilità europee: svelano se l’Unione riesce ad essere un progetto di valori condivisi o resta un mercato che tollera zone grigie. La sepoltura di Mladic con onori di Stato è dunque l’indicatore di come il nazionalismo etnico, sostenuto e legittimato dal patto con il Cremlino, continui a tenere in ostaggio il futuro europeo, non solo dei Balcani occidentali.
Quel revisionismo che allontana Belgrado dall’Unione
La notizia che arriva da Belgrado è una ferita per la memoria europea: Ratko Mladic, il "macellaio di Bosnia", condannato per genocidio dal Tribunale dell’Aja per la strage di Srebrenica e per l’assedio di Sarajevo, sarà sepolto con "tutti gli onori militari e di Stato" a cui, secondo il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic, ha diritto "in quanto generale". La frase pronunciata alla tv di Stato in un Paese che aspira all’ingresso nell’Unione Europea, misura la distanza con Bruxelles: non sui negoziati tecnici ma sui valori fondamentali. Mladic non è un militare qualunque perché ordinò l’esecuzione di oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci a Srebrenica nel luglio 1995, il peggior massacro in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Riconosciuto come genocidio dalle Nazioni Unite e dalla Corte internazionale di giustizia. La decisione del governo di Aleksandar Vucic di onorarlo con il cerimoniale degli eroi non è un incidente diplomatico né un gesto isolato di pietà ma la conferma di una narrazione revisionista sulle guerre dei Balcani che a Belgrado non ha mai smesso di circolare sottotraccia e adesso ora trova legittimazione istituzionale. La Serbia è da anni in bilico: da un lato bussa alla porta di Bruxelles, chiedendo fondi, accesso al mercato unico e adesione ma dall’altro coltiva un rapporto strategico con Mosca che va oltre la dipendenza energetica. Vucic non ha mai sostenuto le sanzioni contro la Russia per l’aggressione all’Ucraina, mantiene aperti i canali di intelligence con il Cremlino e permette che la propaganda nazionalista serba trovi sponda nei media filorussi che alimentano lo stesso revanscismo che fu benzina per le guerre di Slobodan Milosevic negli anni Novanta. Onorare Mladic significa parlare la stessa lingua di Mosca sul "grande popolo tradito", la sovranità etnica che prevale sul diritto internazionale, la memoria che riabilita i criminali di guerra come eroi nazionali. Non a caso i think tank vicini al Cremlino hanno sempre visto la Republika Srpska in Bosnia e la figura di Mladic come leve per destabilizzare l’architettura post-Dayton, tenendo aperta una ferita che impedisce ai Balcani occidentali di completare la transizione europea. E costituisce un focolaio di instabilità per l’Ue e per la Nato. Ma c’è dell’altro. La reazione a Sarajevo e a Srebrenica è stata di sdegno mentre a Banja Luka, capitale della Republika Srpska, negli ambienti vicini al leader Milorad Dodik la notizia è stata accolta con toni celebrativi. È il segno che il nazionalismo etnico resta dominante in un’area dove i confini di Dayton del 1995 hanno congelato più che risolto i conflitti. Ogni gesto simbolico - una statua, un murale, una sepoltura di Stato - riaccende la competizione tra narrazioni nazionali incompatibili, alimentando la sfiducia reciproca che rende la Bosnia-Erzegovina uno Stato ancora fragile, con le sue tre etnie - bosniaci, serbi e croati - sospese tra federalismo e secessionismo. Per l’Unione Europea tutto ciò comporta un test di credibilità. Bruxelles ha investito capitale politico ed economico nell’allargamento ai Balcani occidentali, presentandolo come il completamento del processo di integrazione comunitario e come argine all’influenza di potenze esterne ed aggressive: Russia, Cina e Turchia. Ma se Belgrado tributa onori di Stato a un criminale di guerra senza subire conseguenze concrete nel processo di adesione significa che la memoria delle vittime pesa meno della realpolitik commerciale. È lo stesso errore di valutazione che ha portato l’Europa a sottovalutare o sminuire il legame fra Belgrado e Mosca. Ecco perché i Balcani restano, un quarto di secolo dopo gli accordi di Dayton, la cartina tornasole delle fragilità europee: svelano se l’Unione riesce ad essere un progetto di valori condivisi o resta un mercato che tollera zone grigie. La sepoltura di Mladic con onori di Stato è dunque l’indicatore di come il nazionalismo etnico, sostenuto e legittimato dal patto con il Cremlino, continui a tenere in ostaggio il futuro europeo, non solo dei Balcani occidentali.










