Ci sono luoghi che non appartengono soltanto a chi li abita, né esclusivamente alla religione che li considera sacri. Esistono luoghi che, pur essendo lontani, custodiscono qualcosa che riguarda tutti: il nostro rapporto con la vita, con la morte, con la natura e con ciò che ci supera. Il Nepal e il Tibet sono tra questi.
Le immagini della catastrofe che ha colpito la regione di confine mostrano la forza devastante di acqua, fango, ghiaccio e rocce precipitati sulle comunità, travolgendo villaggi, strade, ponti e vite. Il 26 agosto, il collasso di una massa glaciale ha generato una piena improvvisa che ha investito un territorio fragile e difficile da raggiungere. Mentre scrivo, il numero delle persone morte e disperse continua a cambiare e le operazioni di soccorso si svolgono in condizioni estremamente complesse, anche per il pericolo di nuove frane e inondazioni.
Dietro ogni cifra c’è una persona. Ci sono famiglie che attendono notizie, persone rimaste senza casa, comunità improvvisamente private dei propri riferimenti. Ci sono corpi che vengono cercati e altri che forse non potranno essere restituiti ai loro cari. Ci sono sopravvissuti che dovranno imparare a convivere non soltanto con ciò che hanno perduto, ma anche con ciò che hanno visto.










