Il 26 agosto una piena improvvisa ha travolto il territorio lungo il confine tra Nepal e Tibet. In pochi minuti acqua, fango e detriti hanno investito villaggi, strade, ponti e infrastrutture energetiche. Il bilancio delle vittime e dei dispersi è ancora in aggiornamento, mentre i soccorsi proseguono in condizioni estremamente difficili.

Di fronte a una tragedia di queste proporzioni, la prima responsabilità è non ridurla a una metafora climatica. Dietro le immagini della montagna che crolla ci sono persone, famiglie e comunità. Comprendere le cause è però indispensabile per impedire che un fenomeno naturale si trasformi nuovamente in una catastrofe.

Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, Nicola Casagli, Chairholder della Cattedra Unesco per la prevenzione e la gestione sostenibile del rischio idrogeologico dell’Università di Firenze, ritiene che la causa più plausibile sia un Glof (Glacial lake outburst flood): il rilascio improvviso dell’acqua accumulata in un lago glaciale, che avrebbe innescato la frana e la piena catastrofica. Casagli considera invece molto improbabile che un terremoto di magnitudo 4.4 possa avere provocato un dissesto di tali proporzioni.

Le verifiche scientifiche dovranno ricostruire con precisione la sequenza dell’evento. Il fenomeno si inserisce tuttavia in un contesto segnato dal progressivo riscaldamento dell’Himalaya. I ghiacciai arretrano, il permafrost perde stabilità e aumentano i rischi concatenati: valanghe, frane, piene improvvise dei laghi glaciali e colate detritiche. La montagna non è uno sfondo immobile, ma un sistema nel quale acqua, ghiaccio, rocce, infrastrutture e insediamenti dipendono gli uni dagli altri.