Le armi all’Ucraina non portano voti. E siamo di fatto già in campagna elettorale.
Se il campo largo consuma il suo tempo in chiacchiere e nei soliti psicodramma, il governo è costretto ad agire. E le cose non si stanno mettendo bene. La benzina è diventato un problema enorme, che erode consensi. Per questo Giorgia Meloni è entrata in modalità “sora Tentenna” sul dossier più impegnativo, l’Ucraina appunto.
Tace, smentisce, fa e non lo dice. Una politica estera alla chetichella. È una condotta moralmente come minimo discutibile: invece di rivendicare la presenza italiana sul fronte anti-russo, Palazzo Chigi sembra vergognarsene. Mentre l’Europa non si sta dimenticando di Kyjiv, anzi, e lo grida ad alta voce. Gli sprovveduti cattocomunisti italiani che criticavano Keir Starmer per il suo impegno in prima fila assieme a Emmanuel Macron e credevano – da provinciali – che Andy Burnham mutasse rotta, si devono ricredere: la Gran Bretagna ha intensificato gli aiuti a Zelensky ed è pronta ad affrontare la minaccia di una guerra ibrida.
Anche il presidente francese ha rafforzato gli aiuti a Kyjiv, così che Meloni non ha potuto tirarsi indietro. Volenterosa ma di nascosto. Senza darlo a vedere. La premier aveva solo parlato dell’invio di generatori. In realtà l’impegno – e giustamente – è ben più corposo, e le ricostruzioni giornalistiche parlano chiaro: il governo ha taciuto l’impegno di inviare una nuova strumentazione anti-missili. Nell’ombra, per paura di scatenare Roberto Vannacci. Di affrontare una polemica esplicita con Matteo Salvini.









