Ha meno abitanti del Lussemburgo, ma un territorio quaranta volte più grande, nel cuore del Nord Atlantico. È membro fondatore della Nato ma resta senza un esercito. Ha un decimo della superficie coperto dai ghiacci, ma è così 'green' da produrre tutta l'elettricità da rinnovabili. Sabato, però, la domanda per l'Islanda sarà soprattutto una: quanto vuole essere europea? Gli elettori dovranno decidere se riaprire i negoziati per l'adesione all'Ue, interrotti oltre un decennio fa. E, ancora una volta, il controllo delle ricchissime risorse ittiche sarà al centro dello scontro tra favorevoli e contrari. Il referendum del 29 agosto non deciderà direttamente l'ingresso nell'Unione.
Il quesito chiede solo se Reykjavik debba riprendere i negoziati e il risultato è consultivo: se vincerà il sì e verrà raggiunto un accordo con Bruxelles, gli islandesi dovranno comunque tornare alle urne per decidere se accettarlo. Un passaggio non da poco per un Paese, 394.324 abitanti al primo gennaio, spaccato a metà alla vigilia del voto: nell'ultimo sondaggio Maskína, realizzato tra il 21 e il 25 agosto, il 51,3% si dice favorevole a riaprire i negoziati e il 48,7% contrario.
Rispetto a oltre un decennio fa è cambiato soprattutto il contesto geopolitico: la guerra russa contro l'Ucraina e, più recentemente, le ripetute minacce di Donald Trump di prendere il controllo della Groenlandia hanno riaperto anche a Reykjavik il dibattito su dove cercare le proprie garanzie politiche e di sicurezza. L'Islanda aveva presentato domanda di adesione nel 2009, sull'onda della devastante crisi finanziaria che aveva travolto il suo sistema bancario e fatto precipitare la corona.












