Islanda, Reykjavik, 17-07-2025. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, visita l'Islanda e incontra la Prima Ministra Kristrun Frostadottir. Foto ESA, Copyright European Union, 2025, Licenza CC BY 4.0.

Da un lato l’esigenza di difendere la propria indipendenza e l’assoluta sovranità sulle risorse naturali, a partire dalla pesca; dall’altro la possibilità di rafforzare i legami con l’Europa per garantire una maggiore e più efficace difesa del paese in un contesto di crescente instabilità geopolitica, e ottenere al tempo stesso benefici economici, come una maggiore stabilità della valuta, con migliori tassi d’interesse e inflazione più bassa. L’Islanda è di fronte al classico bivio: se votare “sì” al referendum che si terrà il prossimo sabato, 29 agosto, che autorizzerebbe il governo locale a riprendere i colloqui con Bruxelles per un’eventuale adesione all’Unione Europea; o se invece scegliere il “no”, e restare definitivamente fuori dalla prospettiva comunitaria. Questione di scelte. Ma anche se dovesse vincere il “sì” nulla sarebbe definitivo, come aveva ribadito lo scorso maggio la prima ministra Kristrún Frostadóttir, a capo di una coalizione di centrosinistra formata da Alleanza Socialdemocratica, Partito della Riforma e Partito Popolare, intervenendo in Parlamento: “È chiaro che questo voto serve a ottenere soltanto un mandato per negoziare”, aveva dichiarato. “Non credo che dovremmo farci bloccare dalla retorica: sono certa che potremmo concludere un buon accordo. Ma il popolo avrà la prima e l’ultima parola su tutto questo”. L’eventuale adesione formale dell’Islanda all’Unione Europea richiederebbe infatti un secondo passaggio alle urne per la ratifica finale, e questo non accadrebbe prima del 2028.