Reykjavik, 28 agosto 2026 – Un banco di prova importante per l’Unione europea, quello di domani 29 agosto: l’Islanda deciderà via referendum se riprendere i negoziati di adesione, bloccati da oltre un decennio. Un’ipotesi che negli ultimi anni ha trovato sempre più sostegno politico, e che sembrava remota fino a pochi anni fa.

Cosa è cambiato

A spolverare la richiesta di adesione, presentata nel 2009 a seguito della crisi economica cominciata l’anno prima, è stata la premier Kristrun Frostadottir. A spingere il suo governo di centrosinistra verso questo ‘passo indietro’ è stato un panorama geopolitico profondamente differente rispetto a quello del 2013, quando l’esecutivo conservatore di Sigmundur Davíd Gunnlaugsson decise di bloccarli, per poi ritirare lo status di paese candidato due anni dopo per “tutelare la sovranità nazionale”. L’allora tranquilla area artica è ora costantemente nel mirino degli Stati Uniti di Donald Trump, lungi dall’essere l’unica potenza interessata ad espandere la propria influenza nella regione. Questo, a fronte dell’assenza di un esercito islandese, sebbene il Paese sia tra i fondatori della Nato. La prima ministra islandese Frostadottir (Epa)

Una ‘tempesta perfetta’ che ha reso semplice per Frostadottir la convocazione di un referendum. E proprio per la strategicità dell’area, un ritorno al tavolo delle trattative con la Ue potrebbe portare l’Islanda in una posizione favorevole.