Oggi gli aventi diritto islandesi si recheranno alle urne per decidere se riavviare i negoziati di adesione con l'Unione europea, un voto annunciato a marzo dall'attuale governo pro-Ue, che aveva promesso di tenerlo prima della vittoria elettorale del 2024. Il Paese aveva già presentato domanda di adesione nel 2009, sulla scia della crisi finanziaria globale, ma i negoziati di adesione furono sospesi nel 2013 da un governo euroscettico, anche per uno stallo sui negoziati relativi alla pesca. La nazione nordica conta poco meno di 400.000 abitanti, è membro della Nato e fa parte sia dello Spazio economico europeo che dell'area di libero movimento Schengen, ma sta meditando se rafforzare i legami con l'Ue in un contesto di crescente pressione internazionale, dovuti anche ai dubbi sull'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza europea e islandese, la crescente rivalità geopolitica nell'Artico e le minacce di Donald Trump di prendere il controllo della vicina Groenlandia, che ha talvolta confuso con la stessa Islanda.

I sondaggi suggeriscono che il Paese è diviso più o meno equamente sulla questione della riapertura dei negoziati. Il nodo cruciale nel dibattito sulla possibile adesione rimane la pesca e il controllo dei lucrosi banchi di pesca, un fattore economico fondamentale oltre che identitario per gli islandesi. Se dovesse accettare di riprendere i colloqui, il Paese dovrà affrontare negoziati pluriennali con la Commissione europea per valutare l'allineamento di Reykjavik con il diritto e gli standard dell'Ue, anche se visto l'alto grado di allineamento Bruxelles ha fatto intendere che l'Islanda passerebbe in prima linea. A ogni modo, l'adesione vera e propria sarebbe decisa con un ulteriore referendum.