Domani gli elettori islandesi saranno chiamati a un referendum che prevede un quesito tanto netto quanto chiaro: «L’Islanda deve riprendere i negoziati di adesione con l’Unione europea?». Il rapporto tra Reykjavik e l’Ue, da sempre caratterizzato da un intreccio complesso di geopolitica, economia e identità nazionale, torna dunque prepotentemente al centro del dibattito pubblico e forse già entro domenica sapremo che direzione prenderà. A maggio la premier Kristrún Frostadóttir ha descritto quello di domani come un voto che «serve a ottenere un mandato negoziale». La recente proposta del governo mostra come le mutate dinamiche globali stiano spingendo l’Isola a riesaminare la propria storica riluttanza verso l’integrazione comunitaria. La necessità di stabilizzare l’economia interna e di garantire maggiori tutele internazionali sta infatti spingendo la classe politica a confrontarsi con una scelta strategica di fondamentale importanza per il futuro del Paese.
Uno dei principali ostacoli culturali ed economici alla piena integrazione è da sempre rappresentato dalla caccia alle balene e dalla difesa rigida delle risorse ittiche nazionali. Le direttive comunitarie sul controllo delle quote di pesca e i severi divieti europei sul commercio baleniero minacciano direttamente un settore che, sebbene ormai ridotto a poche imbarcazioni e difeso da ultimi balenieri storici, incarna un vero simbolo di autonomia. Per gran parte della popolazione locale, cedere il controllo sui propri mari a Bruxelles equivale a rinunciare a un pilastro dell’identità islandese.










