L’Islanda torna a guardare verso Bruxelles. Dopo oltre un decennio di gelo, gli elettori islandesi sono stati chiamati alle urne per decidere se riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea. Una consultazione dal quesito apparentemente semplice ma dalle conseguenze potenzialmente molto più ampie: non si vota infatti sull’ingresso nell’Ue, bensì sulla possibilità di tornare a trattare con Bruxelles. Se dovesse prevalere il “sì”, il processo negoziale potrebbe ripartire entro la fine del 2026 e durare indicativamente 18-24 mesi; un eventuale accordo dovrebbe poi essere sottoposto a un secondo referendum.Con circa 150 mial schede scrutinate è ancora testa a testa. Al momento il “No” è leggermente avanti con il 50,1% dei voti, secondo quanto riportato dall’emittente pubblica islandese RUV. Circa 270.000 islandesi avevano diritto di voto. I funzionari elettorali avvertono che un risultato più attendibile potrebbe non essere disponibile prima di oggi alle 12:00. Le aree rurali stanno mostrando una netta propensione per il “no”, mentre Reykjavík si orienta maggiormente verso il riavvio dei negoziati.Per capire perché un Paese di meno di 400mila abitanti sia arrivato a questo appuntamento bisogna tornare alla crisi finanziaria del 2008-2009. Fu proprio nel pieno del collasso del sistema bancario islandese che Reykjavík presentò la propria candidatura all’Unione europea nel 2009. I negoziati partirono nel 2010, ma furono progressivamente congelati dopo il cambio di governo del 2013. L’adesione non venne mai formalmente perfezionata ma la candidatura è rimasta giuridicamente valida.Da allora, però, l’Islanda non è rimasta estranea all’integrazione europea. È membro dello Spazio economico europeo e dell’EFTA e partecipa all’area Schengen. In altre parole, gran parte del rapporto economico con l’Europa esiste già. Il punto controverso è proprio questo: per i favorevoli, Reykjavík applica già numerose regole europee senza avere un posto al tavolo dove quelle regole vengono decise. È una differenza che assume un peso particolare in un Paese dove la sovranità sulle risorse naturali è parte integrante dell’identità nazionale.Il tema più delicato rimane infatti quello della pesca. L’industria ittica non è semplicemente uno dei settori dell’economia islandese: rappresenta una questione di sovranità nazionale, controllo delle risorse e identità.I contrari all’adesione temono che l’ingresso nell’Ue possa limitare la capacità di Reykjavík di gestire autonomamente le proprie acque e i propri contingenti di pesca attraverso la Politica comune sulla pesca. È uno dei motivi per cui nelle comunità rurali e nelle aree maggiormente legate all’economia ittica il fronte del “no” rimane particolarmente forte. Anche l’agricoltura teme le conseguenze di una maggiore apertura alla concorrenza europea.A rendere il quadro ancora più complesso è arrivato il tema del costo della vita. L’inflazione e l’elevato costo del denaro hanno alimentato il timore secondo cui un legame più stretto con l’Ue potrebbe offrire maggiore stabilità economica. Tra le prospettive evocate dai favorevoli vi è anche quella dell’adozione dell’euro, sebbene questa non sarebbe una conseguenza immediata del referendum né dell’eventuale apertura dei negoziati.Ma il referendum non si svolge più nell’Europa e nel mondo del 2013. La guerra in Ucraina, la crescente competizione strategica nell’Artico e le tensioni nei rapporti transatlantici hanno riportato il Nord Atlantico al centro della geopolitica. In questo contesto, le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno avuto un impatto inevitabile sul dibattito islandese. La prospettiva di una maggiore pressione americana nell’area ha spinto una parte dell’opinione pubblica a interrogarsi sulla necessità di rafforzare i legami europei.L’argomento della sicurezza, tuttavia, non ha cancellato quello della sovranità. Al contrario, lo ha reso ancora più complesso. L’Islanda è già membro della NATO e occupa una posizione strategica nell’Atlantico settentrionale, tra Nord America ed Europa. Per i sostenitori dell’adesione, entrare nell’Ue significherebbe aggiungere una dimensione politica ed economica europea a una collocazione strategica già fortemente occidentale.È anche per questo che a Bruxelles il voto viene seguito con particolare attenzione. L’adesione dell’Islanda avrebbe un valore che supera di gran lunga i numeri demografici del Paese: rappresenterebbe un nuovo segnale di attrattività dell’Unione in una fase in cui l’allargamento è tornato al centro della politica europea.
Islanda, referendum Ue: spoglio ancora in corso, No avanti di pochissimo
L’isola artica vota per decidere se avviare i negoziati per l’ingresso in Europa. È battaglia fino all’ultimo voto











