Limiti di tempo, disattivazione dell’autoplay, verifica dell’età e protezioni extra: la scelta di Meta di patteggiare e pagare fino a 17,1 miliardi di dollari per le accuse mosse da diversi Stati Usa di danni ai minori causati dalle caratteristiche di Instagram e Facebook porterà ora all’introduzione di nuove funzioni per tutelare i ragazzi. E ha permesso intanto alla big tech di pagare briciole (l’1% del valore totale delle azioni dell’azienda) ed evitare una possibile condanna catastrofica, che potrebbe aver comportato il pagamento di centinaia di miliardi di dollari e, magari, una rivoluzione totale delle piattaforme.Il caso giudiziario, l’ennesimo che negli ultimi mesi riguarda i social e i minori, apre una riflessione su come il 2026 stia diventando di fatto l’anno in cui le piattaforme sono chiamate a rispondere degli impatti del loro design sui soggetti vulnerabili, un trend che si sta diffondendo negli Usa e anche in Europa, come dimostra l’accusa mossa alla big tech di Mark Zuckerberg a luglio dalla Commissione Ue: “Non si tratta più soltanto di chiedere alle piattaforme quali contenuti lasciano circolare, ma come progettano l’ambiente digitale nel quale i minori esercitano i propri diritti”, spiega Oreste Pollicino, professore ordinario di diritto costituzionale, Università Bocconi e founder Oreste Pollicino Advisory.Indice degli argomenti