Le lettere raccolte da Adelphi restituiscono un Benedetto Croce lontano dagli stereotipi: filosofo, uomo e intellettuale impegnato. Tra difesa della libertà, rifiuto dei nazionalismi e senso del dovere civile, emerge una voce capace di interrogare anche le inquietudini del presente
“Anch’io sono uomo, anch’io ho amato” (p. 54). È il leitmotiv della piccola antologia di lettere crociana edita, di recente, da Adelphi. Col titolo Perdersi negli altri e nelle cose, il bel volumetto, curato da Emanuele Cutinelli-Rendina, raccoglie, dello sterminato epistolario custodito a Palazzo Filomarino, settanta lettere (di cui venticinque inedite: tra i nomi leggiamo Luigi Einaudi, Pietro Nenni, Giovanni Gentile, Palmiro Toglaitti, Natalia Ginzburg, Thomas Mann) che corrono lungo tutta quanta la vita, straordinariamente operosa, di Benedetto Croce. E lo fa per tirar fuori l’opera del filosofo napoletano dalla cerchia degli specialisti o, meglio ancora, degli specialismi. Non sorprende allora, che ci siano lettere che rivelano la sfera intima, anzi privata e finanche privatissima di Croce. Cionondimeno chi si aspettasse di guardare dal buco della serratura la vita del Grande filosofo perderebbe tempo, e soprattutto un’occasione per comprendere non solo, e non tanto, i tiempe belle ’e na vota (ammesso che belli lo siano mai stati). Ma anche questi nostri “tempi penosi”, in cui da più parti, i più, si fanno ammaliare dal canto dei Cavalieri, che con le loro argute labbra intonano: Viene la fine, la fine viene! Così non fu per Benedetto Croce, che anche quando tornò a levarsi la minaccia dell’Anticristo continuò a dire: Portae Inferi non prevalebunt!








